Civilisation Book Cover Civilisation
Southern Empire
Prog Metal
20 7 2018
CD, LP, download
Australia / UK
Giant Electric Pea ‎– GEPCD1058
68’ 02”

 

Corsi e ricorsi storici. Può il Progressive morire per la seconda volta dello stesso male? Ricordate l’appellativo che i detrattori avevano appiccicato alle band monstre degli anni ’70? Certo che ricordate: dinosauri, in tono spregiativo. Perché gli show avevano raggiunto dimensioni eccezionali, e lo stesso si faceva con i dischi. Tales from Topograpich Oceans e Yessongs degli Yes; Welcome Back, My Friends, to the Show That Never Ends: Ladies and Gentlemen di EL&P… e si potrebbe continuare a lungo. Gli innumerevoli concerti con orchestra al seguito.

C’era del vero nell’affermazione della stampa, anche se in fin dei conti si tratta come in altri casi di una sorta di evoluzione che fa parte del gioco: la gente vuole sempre di più, che sia da questa [l’artista] o dall’altra parte [il fruitore] della barricata. Prendete il cinema, per esempio. Eppure nessuno si è mai preoccupato di esporre a pubblico ludibrio i cosiddetti kolossal.

Ma veniamo a tempi più recenti. Anche oggi non si scherza: benché siano in via di estinzione quanto i dinosauri, i supporti fonografici solidi doppi e tripli, i cofanetti, CD + DVD in tutte le combinazioni, le esagerazioni più improbabili sono quasi la prassi. Una sorta di disfunzione che prende vita all’origine, cioè alla nascita del singolo brano che può durare anche 45’, quella che al tempo degli LP era la durata media, minuto più minuto meno, di un vinile.

Evito di fare una lista di esempi che tutti conoscete e salto direttamente agli australian Southern Empire che consegnano alla inglese GEP Civilisation, il secondo lavoro, a distanza di due anni dall’eponimo esordio. I brani sono in tutto quattro, per quasi 70 minuti di musica. Oramai una canzone, per un gruppo di Prog o Prog Metal, deve essere qualcosa di mastodontico. Ma ribadisco, in questo non c’è nulla di male, salvo il fatto che l’impressione è che si voglia un po' fare a “chi ce l’ha più lungo”, così da tornare al punto partenza, cioè al tempo degli EL&P e Co. tacciati di essere, e cacciati, come dinosauri crollati sotto i colpi del loro stesso peso.

I Southern Empire nascono per merito di Sean Timms, tastierista degli Unitopia: una delle progressive band meno innovative ma più meritevoli di attenzione – e rispetto – degli ultimi anni. Ma mentre questi alzavano il gomito – in senso heavy/calcistico, per fare male – solo di tanto in tanto, i cinque dei Southern Empire hanno una tendenza Metal alquanto pronunciata. Una ‘dote’ forse innata che la band ha il pregio sapere tenere a freno, al punto che anche il prog nerd meno disposto alle incursioni in un territorio spinoso come quello Metal può fare a sua volta un piccolo e sforzo e chiudere un… orecchio. Soprattutto in virtù del buono – indipendentemente dal genere o dalle predilezioni – che Civilisation è capace di mettere in evidenza nel suo lungo percorso.

L’opener costituito da Goliath’s Moon, per esempio, inizia in modo arrembante per poi sorprendere con una magnifica seconda parte rallentata che mette in mostra una capacità melodica fuori dal comune. Quanto lo è, fuori dal comune, il solo sopraffino di Clam Blokland, chitarrista che ha le doti tecniche del metallaro ma una sensibilità rarissima per il genere.
Aggiungete un riff da sballo, che verrebbe voglia di definire ‘geniale’, e Goliath’s Moon finisce dritto nella top ten dei migliori brani di quest’anno sin qui.

Cries for the Lonely, il brano che segue, è oltre diciannove minuti di durata che hanno il piglio della suite ma mette subito le cose in chiaro: questo moderno titano è corazzato e mena botte da orbi, ma sotto sotto cela un cuore progressive che mette in moto un apparato complesso e delicato che si muove al suono – anche – di violino e flauto, strumenti che inseriti in un contesto rock, anche da comprimari hanno spesso contribuito a generare musica indimenticabile.
Al dipanarsi del brano restano nell’aria forti eco di Dream Theater e Transatlantic ma anche di Kansas, folate di energia travolgente, cori ridondanti [di cui si poteva fare a meno], e solo da record. In una matassa di materiale pericolosa da srotolare se solo si perde la percezione di stare camminando su un bordo oltre il quale si trova una voragine pronta a inghiottirti. Ma questo i Southern Empire lo sanno: guardano giù, oltre il baratro, ma si mantengono in equilibrio e salvano la pelle - artisticamente parlando - insieme a tutto quello che hanno costruito.
E poi il solo di chitarra che accompagna il brano all’uscita, mozzafiato per lirismo e coloritura: mi ripeto, ma Mr. Blokland è davvero un musicista fenomenale.

La mezzora di durata di The Crossroads apre con percussioni e ritmica che sanno di Australia aborigena. E come non riconoscere – e restare indifferenti a – brandelli di Unitopia? Se non fosse per Danny Lopresto, il vocalist che si arrampica sul registro più alto con facilità, e la batteria con doppia cassa, si cadrebbe nella tentazione di vederci qualcosa di scritto da Timms proprio per la sua ex band. Soprattutto quando con l’avanzare dei minuti il clima si ingentilisce ed entrano in gioco il flauto e, ancora, la meravigliosa chitarra di Blokland che ora suona à la David Gilmour – e farà altre magie prima di arrivare in fondo –, poi un sax sinuoso.
C’è tanta materia prima di qualità in questo brano, così tanta fantasia e sorprese – perfino ritmi medio orientali dettati da un violino incendiario e un break acustico di chitarra classica – che continuare a descrivere quello che succede porta via ogni magia. E non rende giustizia. Ascoltare per credere. Credere [che certi accenti impetuosi non sono solo brutalità] per ascoltare.

Innocence and Fortune non si discosta dal resto del lavoro, ma soprattutto chiude in modo superlativo: piccolo – si fa per dire: dieci minuti – esempio di caleidoscopico, e pirotecnico, mondo nel quale confluiscono in modo elegante [ed energico] i più disparati elementi che si amalgamano in un tutto armonico, anche se apparentemente agli antipodi gli uni dagli altri.

I Southern Empire si [ri]presentano con grosse ambizioni. Sono una band di musicisti sopra la media [il chitarrista Clam Blokland davvero superlativo] e realizzano un lavoro impeccabile da ogni punto di vista, dalla materiale scritto e interpretato alla produzione. Inutile stare a recriminare sull’imbastardimento di un genere – il Progressive – che trova la sua massima espressione proprio nell’essere meticcio. Ed essere un laboratorio aperto a molteplici esperienze e sonorità oggi – da molti anni in realtà – significa includere anche modi espressivi tipici del Metal. Si può storcere il naso e rifiutare a priori questo tipo di contaminazione. Ma non esistono regole valide per tutte le situazioni, e a ogni proposta [fintantoché risulta ragionevole] bisognerebbe concedere una chance. Il mastodontico Civilisation la merita. E dopo l’ascolto, ripetuto, ne esce vincitore insieme ai suoi interpreti.

Non sarà certo l’eccessivo peso a portare i Southern Empire all’estinzione. Forse ci riusciranno le regole del marketing che inficia qualunque arte, o più facilmente l’incapacità di aprire la mente di certe audience che credono ancora di essere il popolo [sonoro] eletto.

 

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