Steve Gadd Band Book Cover Steve Gadd Band
Steve Gadd Band
Jazz, Fusion
23 3 2018
CD, download
USA
Varese Sarabande
56’ 04”

 

Mi sono imbattuto per la prima volta – discograficamente – in Steve Gadd nel 1977. Merito di quel capolavoro – che diamine, quando ci vuole ci vuole – intitolato Aja e registrato a nome Steely Dan. Un campione di musicalità e creatività. Inoltre registrato in maniera magistrale, soprattutto considerato di quale periodo si parla. In mezzo a tale meraviglia sonora, fatta di musicisti e performance impeccabili, Steve Gadd risalta senza strafare. O forse è talmente bravo che pur facendo cose di difficile applicazione sembra non strafare. Comunque sia, un dono.

Nonostante la bravura, e la sua dimestichezza con tanti settori della musica moderna – Jazz/Fusion/rock – il batterista dello stato di New York , classe 1945, non è così noto come dovrebbe, soprattutto tra i rockettari che sono più avvezzi al nome di Simon Phillips – l’unico batterista del mondo del rock (benché anch’egli abbia frequentato e frequenti con costrutto Jazz-rock/Fusion) col quale mi pare azzeccato fare un paragone, se non altro per il rapporto qualità/quantità di collaborazioni racimolate.

Oggi Steve Gadd ha il suo gruppo che naturalmente è costituito di luminari all’altezza del progetto: il fiatista Walt Fowler; Kevin Hays alle tastiere; Jimmy Johnson, basso; Michael Landau il chitarrista. Pure questi, gente da centinaia di incisioni a testa. Listare solo le più importanti porterebbe via troppo tempo. Ciononostante questa è una band che aspetti al varco, col mirino puntato, pronto a sparare sul pianista e tutti gli altri insieme. Perché sempre preda di una infausta predilezione per gli artisti maledetti che si consumano nell’anonimato e bruciano della fiamma della musica senza compromessi, quella che in questo mondo non può avere riscontro pratico – cioè rendere economicamente.

Ti senti un vendicatore, un  Guy Fawkes pronto a fare saltare in aria – almeno con la scrittura – un po' di roccaforti della dabbenaggine sonora che ci appesta l’aria, e sulla Steve Gadd Band ti scappa allora di stendere un pensiero di sufficienza, quello che suggerisce che certo, questi qua sono bravi ma hanno la pancia piena, e si mettono insieme perché dietro c’è ancora una label disposta a pagare come si deve, e che un tour ben remunerato è il passo a seguire. E che tutto sommato fanno di quel Jazz/Fusion che i più vogliono come musica stemperata, per gente che veste, mangia e beve bene. Che sceglie i calzini in sintonia al vestito e così fa con la musica. Non c’è più nessuno che interpreta il Jazz con sofferenza, che sputa sangue, che si ammazza di fatica pur di vedere sgorgare e liberata la sua musica che non accetta pastoie.

Aspetti dunque con una certa dose di sadismo che questo lavoro senza titolo dalla Steve Gadd Band ti si afflosci tra le mani dopo il primo ascolto. E invece no. Il disco, dannazione, è ispirato e pieno di passione. Se I Know, but Tell Me Again parte bene ma ha il piccolissimo difetto di finire in un crescendo che ricorda Human Nature di Michael Jackson (che aveva già preso Miles Davis), già Auckland by Numbers emana tutto il carisma che serve per farne un ‘numero’, a proposito, Jazz/Blues, in grado di restare negli annali. E così, di brano in brano – unica eccezione Spring Song poiché cantato – si va avanti di questo passo: senza tentennamenti, senza segni di cedimento, o di facile disposizione all’esemplificazione con lo scopo di alleggerirne l'assimilazione, il consumo: per le stazioni radio, per i viaggi in auto, per le famiglie.

D’altro canto non c’è nemmeno la ricerca dell’opposto, del difficile che vuole validare l’assioma “quanto più difficile componiamo/suoniamo tanto più bravi siamo”. No, niente di tutto questo. O quasi: in Foameopathy un po' di sfasamento compositivo fa capolino, ma è un falso allarme (per chi si spaventa di poco). Perché già Skulk si ammanta di quel suono che ricorda proprio gli Steely Dan, Norma’s Girl vibra di intensità che non ha bisogno di libretto di istruzioni; e Rat Race e One Point Five, Temporary Fault e Timpagonos, pur mosse dal motore delle percussioni adoperate nel modo in cui dicevamo hanno la forza e l’eleganza del capace impegno collettivo.

Come Aja, questo quarto disco della Steve Gadd Band è un ibrido che sta a metà di più guadi: Jazz, rock, Fusion, con incursioni nel Blues. Ma non è la spasmodica ricerca di una etichetta a fare la differenza. Né a spiegare il disco. Chiamiamola musica che fluisce con naturalezza. Buona musica. Ascoltiamola, soprattutto. A tutto volume perché registrata – anche – in modo impeccabile.

 

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