At the Edge ff Light Book Cover At the Edge ff Light
Steve Hackett
Progressive rock
25 1 2019
CD, LP, Download
UK
Inside Out Music ‎– IOMLP 522
54’ 19”

 

Già da qualche anno, e col penultimo The Night Siren senza ritrosie, Steve Hackett ha preso una brutta piega. Diciamo che si è appesantito parecchio. Non nella forma fisica, anzi, i suoi annetti li porta piuttosto bene. Basta pensare che ha sposato una donna notevolmente più giovane, o fare il paragone con Phil Collins su cui il tempo ha picchiato come lui faceva coi tamburi. No, intendo dire che la musica del bravissimo chitarrista, e di colui che ha meglio portato la croce dell’eredità dei Genesis ‘classici’, da un po’ di tempo si è fatta pericolosamente heavy. Non solo per il tipo di produzione – l’ambienza sonora sembra un blocco di materiale pressofuso, non lascia respiro; la batteria che si abbatte come i passi di un Transformer in corsa; le voci sempre moltiplicate –, non solo il modo di produrre ma lo stesso stile del chitarrista ha subito una certa, chiamiamola così, involuzione espressiva.

I solo, e il suono di questi, il marchio di fabbrica di Hackett, oggi tendono più alla ‘gravosità’ e al numero di note eseguite in una frazione di tempo che alle ricercatissime sfumature di cui è sempre stato maestro: per dirla brutalmente, Hackett sembra avere messo le stimmate del metallaro.

Per intenderci, su At the Edge of Light non si trova il corrispettivo, materia sonora incorruttibile, di Sierra Quemada o Twice Around the Sun, o andando a ritroso di capolavori di sensibilità (di scrittura, poiché per piano) come Hammer in the Sand, o di Jacuzzi. Ma sono decine i brani che si potrebbero citare come esempio.

At the Edge of Light manca di tali gemme. Ma era lo stesso per The Night Siren, e a questo punto allora si può parlare di tendenza. Di cambio di direzione. Ci sono sprazzi di quel ‘chitarrismo magico’, certo: Hackett non ha venduto l’anima, ma nel complesso pare idealmente rispecchiarsi in quell’Omega Metallicus – figura, suono, ideale – che apre il peraltro bellissimo Darktown. E non è un caso che i dischi del chitarrista sono diventati di interesse per gli organi di informazione che si focalizzano sul Metal, riguardo che sicuramente non susciterebbero i primi quattro, imprescindibili, album della carriera solista di Hackett (Voyage of the Acolyte, Please Dont’ Touch, Spectral Mornings, Defector).

Ciò non significa che At the Edge of Light sia privo di buoni spunti. Ma di indimenticabile, o sorprendente, non c’è nulla. Soprattutto c’è poco che sgorga sincero, offrendo invece l’idea dell’utilizzo di un modulo che sono lustri che funziona. E questo preoccupa.

C’è l’etnico usato e sicuro con sitar, tabla e didgeridoo che infarciva il disco precedente, intercalato secondo schemi da cartolina sonora, che addobba Fallen Walls and Pedestals, Shadow and Flame, e Under the Eye of Sun, quest’ultima appesantita da un apparato vocale in stile AOR/GTR; il blues/western/gospel/hard di Underground Railroad di cui non si sentiva alcuna mancanza; l’ipertrofica Those Golden Wings che in oltre 11 minuti frulla tutto – dalla rutilante orchestra al coro anche più ingombrante se non fuori luogo, dall’inserto di chitarra acustica alle sgroppate elettriche che oramai non distinguono più Hackett da molti odierni e più giovani axe men.

E poi Hungry Years che passa come acqua sul cioccolato; insieme al grosso mistero di Descent, che è sputato The Devil’s Triangle dei King Crimson. Infine il frammento strumentale di Conflict, e la conclusiva Peace (a proposito di In the Wake Of Poseidon) che mette in mostra la più bella melodia, intellegibile, dell’intero disco, e finalmente offre l’idea di un pezzo davvero ispirato.

Parlare male di Steve Hackett mi è impossibile. Al suo riguardo mi sento come uno degli automi positronici di Isaac Asimov, programmato con una quarta legge della robotica imprevista dallo scrittore che mi impedisce di farlo. Ma At The Edge Of Light rientra nel novero di due possibilità: o è un disco che il tempo rivaluterà – e non credo –, oppure si tratta di piacevole routine. Un disco che più lo si ascolta e più non aggiunge niente a ciò che sapevamo di Hackett. Ma soprattutto, a differenza di quanto fatto innumerevoli volte dal chitarrista, non regala alcuna vera emozione.

La sua diversione di indirizzo musicale si nota anche dalle copertine: Wolflight, The Night Siren e quest’ultima, tutte tra il posticcio e il ‘metallizzato’.

 

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