The Night Siren Book Cover The Night Siren
Steve Hackett
Progressive rock
24 3 2017
CD, LP, download, Limited Edition varie
Inside Out Music
57:41

 

Sembra che anche per Steve Hackett il (lunghissimo momento, anni) ‘magico‘ si sia esaurito. Uscito lui dai Genesis, la gloriosa band inglese ha perso più di quanto si presumeva si sarebbe portato via Peter Gabriel. Il chitarrista, del resto, è stato l’unico – a parte i dischi di esordio di Tony Banks e Mike Rutherford - a caricarsi sulle spalle l’enorme peso dell’eredità del quintetto di Foxtrot. E a perpetuarne la tradizione con dischi che raramente sono scesi sotto la soglia del buon gusto e di una generosa offerta sonora fatta di capacità compositive non comuni e doti tecnico-espressive di assoluta rilevanza.

Ma è da un po’ di tempo che anche Hackett comincia a mostrare la corda, che non è una delle sei che appartengono alla sua meravigliosa chitarra che maneggia sempre con grande padronanza, ma consiste in quella serie di ‘operazioni nostalgia’ che mettono in atto tutti coloro che si sono adagiati. E stanno - più o meno - riscuotendo la pensione. Dunque The Tokio Tapes, Genesis Revisited: I, II, live, alla piastra, in salmì. E tour dal vivo sempre più frequenti, che cominciano a ripetersi. Impeccabili ma un tantino asettici.

Su The Night Siren c’è tanta carne al fuoco. Anche troppa. Un all-can-you-ear buffett dove puoi sentire di (quasi) tutto. E fin troppo di quello che ti aspetti da Steve Hackett. Un’abbuffata, da tavola fredda, che è diventata una formula. Come una formula purtroppo è diventato il progressive rock: devi stupire per forza. Metterci dentro, appunto, (quasi) tutto. Una tavolata dai mille assaggi. Altrimenti non è progressive. E allora ecco l’orchestrazione à la Kashmir di Behind The Smoke, che così non basta e si aggiunge il tar, strumento iraniano a corde che rende anche più sapida la già carica pietanza. Gli intrecci vocali tra Yes/Crosby Stills & Nash/Beach Boys, più sitar, di Martian Sea. Fifty Miles From The North Pole che sembra uscire da uno 007 con Sean Connery, ma aggiunge un coro di bambini, una tromba, filtri alle voci. Inca Terra, strana creatura mitologica messa insieme con frattaglie di Inti Illimani, ancora brandelli vocali di CS&N, e un simil-clavicembalo che sembra essere stato scaricato lì da una tromba d’aria. E pure In Another Life, country & folk, che tale – purtroppo - non si riesce a mantenere, esagera: e duole dire ‘purtroppo’ perché il brano inserisce sia un bel solo di Hackett, sia uno del bravissimo Troy Donockley (uilleann pipes), che meritavano migliore collocazione. Si poteva trarne due brani meno appariscenti ma più ‘veri’.
Other Side Of The Wall, poi, è una ballata semi-acustica che passa inosservata.

Il miglior Hackett ci viene riconsegnato sulle note di The Gift e quelle di El Nino, benchè appensantito da tastiere obsolete: quello strumentale, autenticamente immaginifico, che non ha bisogno di troppi trucchi. Ma anche Anything But Love fa bene, quando lascia spazio alla vera voce del ex Genesis, quando ispirata: la sua chitarra elettrica. E lo stesso si può dire per In The Skeleton Gallery, che ne mostra quella certa propensione gotico-vittoriana che sciorina ogni volta che può; così come di West To East, la cui melodia del ritornello non si scorda.

In generale manca la semplicità stordente di ‘una’ Kim, o di Hands Of The Priestess, o la pastosa elettricità, travolgente ma scorrevole come un grande fiume, di ‘una’ Sierra Quemada. No esibizionismo, sì party. Eccome.

E poi questo modo di suonare. Hackett svettava per l’impareggiabile palette sonora, per le sfumature che riusciva a dare a una sola nota che poteva durare più di quelle di Jherek Bischoff, senza bisogno di ricorrere alla cisterna da 2 milioni di galloni. Ora sembra volere competere con i chitarristi delle ultime generazioni, quelli dalle sventagliate di note come si stesse registrando a Omaha Beach, e fosse il D-Day. Tanto rumore! Troppo per un musicista di questa classe. Sarà che deve dimostrare qualcosa alla giovane moglie.

Con The Night Siren, per Hackett in studio fanno 26. Una volta a Bill Bruford venne chiesto cosa pensasse della messe di uscite con la quale certi artisti – come i King Crimson – invadono il mercato. Rispose che ai musicisti, tutti, si dovrebbe permettere di pubblicare non più di 20 dischi. Per poi ritirarsi.
Mi piacciono le scelte che ha compiuto il batterista di Sevenoaks, ne denotano l’intelligenza. E mi piace quello che dice.

 

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