Pochi generi musicali infondono stati d’animo che stanno agli opposti come è capace di fare il Blues: nella sua versione più retorica e bolsa gli artisti che lo interpretano possono fare addormentare, oppure al contrario arricchirlo della massima visceralità e renderlo qualcosa di totalmente coinvolgente. Steve Hill, canadese di Montreal, fa parte della seconda ipotesi.

Capelli lunghi biondo-rossicci che prova sistematicamente a ‘bloccare’ dietro le orecchie, barba e baffi della stessa nuance, jeans a campana e giacca, stivali a punta, occhiali dalle lenti spesse e sorriso amichevole, Steve Hill pare arrivato allo Stones cafè sulla DeLorean di Ritorno al futuro, data di partenza fissata sul cruscotto la metà degli anni ’70. Avrebbe potuto fare parte della migliore formazione della Allman Brothers Band, sia iconograficamente che per meriti musicali. E fa proprio piacere, in tempi di gente introdotta nel mondo della musica dalla TV, generalmente azzimata, vedere un musicista che si cala totalmente nella parte, anche quella ‘formale’, credendoci in pieno. Sentendosi appartenente per estrazione a una ‘natura’, quella del rock’n’roll, che appare cosa sempre più lontana nel tempo. Un tempo in qualche modo romanticamente anacronistico.

Gibson guitars

Ma Steve Hill resta coerente alle sue scelte stilistico-temporali anche quando si tratta degli strumenti ‘del mestiere’, dotato di tre chitarre elettriche Gibson – un modello Les Paul Junior del 1959, e due Firebird di cui una una dorata metallizzata – scrostate e piene di graffi. Strapazzate e vissute allo stesso modo in cui affronta il suo personale blues. Poi il musicista aggiunge grancassa e un rullante che suona con i piedi. E un paio di aste con i piatti e un hit-hat che percuote con il manico delle chitarre, al quale ha attaccato una bacchetta per mezzo di una palla di plastica, che messi insieme – palla e bacchetta – sembra una di quelle mele glassate che vendono al Luna Park. Tutto questo originale armamentario fa di lui il re dei one-man-band. E ci si domanda come faccia a suonare la chitarra – così bene – mentre continua ad abbattere il manico, con quella sua stramba elaborazione, sul metallo dei piatti e a dettare il tempo con entrambi i piedi. Fenomenale.  

Quella strana elaborazione…

Steve Hill sa il fatto suo, ma a questo livello di bravura non è arrivato per solo merito del talento: alle spalle ha 20 anni di carriera, c’è un duro lavoro di ‘rifinitura’ che l’ha portato a suonare con leggende del Blues e del rock come Ray Charles, BB King, ZZ Top, Jimmie Vaughan, Hubert Sumlin, Jeff Beck e molti altri, e una lista di dischi che con One Man Blues Rock Band – presentato questa sera e in questo primo tour europeo – fanno undici. Alcuni dei quali premiati con premi prestigiosi dalla critica specializzata e dal mondo musicale canadese.

Completamente concentrato sul lato elettrico del suo mondo sonoro – Hill non userà nessuna chitarra acustica, che pure all’interno del genere ha la sua importanza – la performance del chitarrista risulta assolutamente trascinante. Un genere musicale spesso preda di cospicua angoscia, nella personale visione del canadese è rivitalizzato di infusioni elettriche che sfiorano l’heavy, con soli che, talvolta, sembrano durare quanto una lezione di matematica impartita l’ultima settimana di maggio. Prove di abilità, oltre che ricche di soul, che gli garantirebbero il posto in qualsiasi rock band di fama internazionale.

I brani in scaletta

Ma Steve Hill sul palco non vuole altra compagnia oltre quella delle sue chitarre che reagiscono come compagne fidate, che paiono modellate con carne percorsa dal sangue più ricco di globuli rossi che ci sia, stimolate a dare il massimo sotto la direzione, allo stesso tempo robusta e flessibile, delle sue abili dita. Tra le sue mani le chitarre diventano ‘sporche e cattive’, ma anche estremamente accattivanti, giusto come si dice che siano le ‘cattive ragazze’.  

La pedaliera

Hill, per chiudere il cerchio, è dotato di una voce roca, potente e calda al punto giusto. E si trova a suo agio sul palco come un bimbo nella culla: si dimena, scuote la testa, spalanca la bocca, fa smorfie che accompagnano l’approccio carnale che ha con gli strumenti. E incita il pubblico a sostenerlo battendo le mani, magari anche ballando perché – dice – sa che agli italiani piace ballare. Forse questa è una notizia che ha estrapolato da guide turistiche di vecchia data, oramai superate. Del resto per lui è la prima volta in Italia.

Ma la simpatica ingenuità è l’unico, infinitesimale, ‘neo’ di uno show come capita raramente di vedere: sul palco, quel genere di palco che non offre né rete di protezione né trucchi, dove solo l’artista – e anche di più se solo –conta, su quel palco sono sempre più rari i musicisti in grado di essere sinceri e superare la prova senza tentennamenti. Steve Hill in questo senso l’ha fatto a pieni voti. Speriamo di rivederlo allo Stones cafè.


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