Un po’ furbetto, un po’ genio, tanto talento. In percentuali diverse, è la descrizione di Steven Wilson, ex enfant prodige del Progressive Rock, oggi personaggio di spicco della scena, forse il suo massimo rappresentante, totem storici irraggiungibili a parte. Non so se a Bob Fripp hanno mai posto il quesito da Gazzetta dello Sport: “Qual è il suo erede naturale, in chi si rivede della generazione più giovane?”. Possiamo immaginare che abbozzerebbe un sorrisino di sufficienza l’inconsistenza della domanda, poi senza scomporsi, un po’ per l’ineluttabile forma di educazione di stampo anglosassone della quale è campione, un po’ preso da pietà poiché di fronte a un intelletto più basso della media della già basso cerebralmente dotata categoria del giornalista musicale medio, risponderebbe che sì – valutando che nessun uomo è un’isola tranne l’Isola di Man, ricordando le beghe contrattuali con Universal, considerando le possibili influenze dell’ascolto di Frippertronics su chi si è recato alle urne per decidere della Brexit – sì, Steven Wilson potrebbe essere quella persona. In qualche modo.Wilson 2

Alla stregua di Fripp, Wilson ha la stessa maniacale cura per il dettaglio in ogni cosa che fa. Ha i piedi ben piantati per terra: una visione amplissima  e chiara di quelle che sono le strategie per non lasciare dietro di sé neppure le briciole dei suoi interessi: “tu chiamalo se vuoi” senso degli affari. Pubblica ogni cosa di studio come Fripp fa con i live, limited e unlimited. Ha una grossa capacità di controllo e auto-controllo. Sul palco si divide tra chitarra e tastiere senza esagerare, dirigendo come un Maestro più che dannandosi come un rocker sanguigno. Quello che Fripp fa da parecchi anni incollato sul suo sgabello, a latere del palco, o anche in studio. Lo abbiamo visto stasera. Le parti di chitarra, quelle più impegnative, sono cosa delle capaci mani di David Kilminster, bravissimo. Wilson ha ‘dialogato’ (a senso unico) col pubblico, senza sbagliare una parola, senza tradire quell’emozione latina che andava cercando in un pubblico entusiasta ma alquanto imbalsamato, come i manichini del filmato di “Index” che eseguirà più tardi.

La gente ha reagito secondo quello che hanno tramandato i Blake, Shelley e Keats – cioè facendo caciara – quando il piccoletto scalzo, ma pure scaltro, come aveva fatto Pat Metheny la sera precedente ha dichiarato amore e ammirazione per l’Anfiteatro del Vittoriale, “posto bellissimo, uno dei più belli al mondo, epico, emozionante”. Allo stesso tempo, con l’attacco sonoro sparato a più riprese dal Sonik Kommando a sei – sugli scudi il già citato Kilminster, il tastierista Adam Holzman, Nick “da-cotonato-fighetto-di-una-delle-band-più-insignificanti-della-storia-a-bassista-di-culto-del-Prog-il-passo-è-lungo-eccome” Beggs – l’anfiteatro ha dato idea di volerlo frantumare.Wilson 3

Dopo essere sopravvissuto come una fiammella sotto le cenere della devastazione per decenni, i fanatici a scambiarsi registrazioni messe al bando nell’ombra delle catacombe, oggi il Progressive Rock ha messo su spalle larghe. Guarda tutti dritto negli occhi. È diventato sfacciato. Ha le sue riviste ricche e patinate. E Steven Wilson ha contribuito come pochi altri alla rinascita. Novello Dr. Frankestein ha preso un Transformer e ci ha montato il cuore di un rarissimo Squonk, prima che il timido animaletto si sciogliesse in ogni sua parte lasciando solo una pozza di lacrime. Ne è risultata una creatura dalla scorza dura, potente ma duttile, tutt’altro che brutale, ma capace di picchiare – se il caso – con eleganza. Non è Prog Metal. Non è forza senza controllo, che suona come lo slogan di un pneumatico. Forse Dark Power Prog?, se mi passate la nuova definizione. Del resto, i sei sono vestiti di nero da capo all’altro capo, come guerrieri ninja. Le immagini, i colori, le uniformi hanno un preciso significato, lanciano un messaggio, sempre. La Psichedelia era coloratissima, il Prog un miraggio dalle sfumature brillanti ma dominate anche nell’eccesso. Nel mondo attuale di Wilson c’è una componente oscura. Che talvolta dà idea di essere costruita a tavolino. Ma il nero è la somma di tutti i colori, di tanta abbacinante luce che a lungo abbiamo ammirato a occhi spalancati nel passato. È per questo che tra il pubblico ci sono i padri e i figli, alcuni figli peggio ridotti dei padri. Coca Cola a fiumi, hamburger e patatine fritte nell’olio esausto dei Caterpillar mandati alla rottamazione hanno fatto più danni di una generazione che nei ‘60s faceva merenda con LSD e curava la adenoidi con inalazioni di Marijuna.

Fosse nato una ventennio prima, quando la discografia concedeva poche royalties ma aveva il potere di creare idoli, anzi IDOLI, Wilson ora si esibirebbe negli stadi. Ma anche così non va male. Quello che il Prince del Prog mette in atto questa sera non è il versante rutilante del Prog ‘70s, but it’s his cup of tea. Tea macchiato. Di latte, secondo abitudine all’inglese, ma anche di qualcosa che spande macchie scure. Quella dark side che nel Prog di vecchia scuola ha cominciato a fare capolino con i King Crimson di poco prima metà anni ’70. Che influenzerà generazioni future di musicisti cupi come i Tool, brandelli dei quali si scorgono, KC e Tool, sia tra le immagini dei video/animazioni che scorrono sullo schermo gigante alle spalle della band, sia tra le note.Wilson 4

Il concerto si apre sul lungo, insistente battito elettronico che prelude First Regret. E voci di bambini che si sovrappongono. Sullo schermo una lunga carrellata tra edifici-alveare di quartieri popolari, fino a quando la macchina si  fissa su un palazzo che ricorda quello che ha reso iconografia storica la copertina di Physical Graffiti degli Zep. Le serrande che scendono e si alzano, le finestre che si illuminano. Il tempo che scorre registrato a velocità supersonica. La band che entra, la folla che lancia un urlo liberatorio di benvenuto al più giovane idolo – che va per i 50 – delle folle represse del Prog, oggetto di persecuzione dei recensori negli anni ‘80/’90/’00 più dei Cristiani ai tempi delle mattanze nel Colosseo. First Regret  e 3 Years Older sono quasi venti minuti di ingresso e acclimatazione trionfali. Wilson ha la capacità di comunicare col pubblico con anodina lucidità, e anche meglio la buona creanza di annunciare i titoli dei brani. Tocca a Hand Cannot Erase, che riscuote il gradimento dei  presenti benché sia un brano di scarsa inventiva, e per questo avrebbe meritato più del pezzo che segue il titolo di Routine. Come su disco la parte cantata è faccenda a due, di Wilson e della cantante israeliana Ninet Tayeb. Sullo schermo passa la bella animazione di Jess Cope nello stile grafico di Tim Burton. Arriva la prima concessione ai Porcupine Tree, Lazarus, melenso bozzetto-trappola per ascoltatori senza patria né bandiera (sonora); ferita saturata in stile Rambo nella giungla dalla lama rovente di Home Invasion e Regret #9: un jab e un diretto, 1 e 2 veloce e impietoso, il Transformer dal cuore di Squonk che piazza colpi da K.O.: riff come scosse telluriche, una spruzzata di jazz rock (l’intonazione da pianoforte elettrico della tastiera di Holzman), una strofa che funziona, un ritornello gentile, puro come non era quello sgraziato di affettazione di Lazarus. Ancora, un solo di synth che apre a Holzman le porte dell’Empireo dei tastieristi. Kilminster che si mette in scia. Hats off.Kilminster

Wilson invita gli italiani, che sugli opuscoli per turisti comprati sulle bancarelle dei bargain di Portobello sono dipinti tutto slancio e folkloristica esternazione, a partecipare alla festa. Vorrebbe vedere qualcuno che ci mette un po’ di sana istintività, invece che la refrattarietà a palesare i sentimenti degli anglosassoni. Ma nonostante Ancestral si presti perfettamente, un travolgente gorgo di oscura energia che spinge a farti battere i piedi, a oscillare sui fianchi, a seguire il ritmo senza freni, l’appello cade nel vuoto. Happy Returns, nella liturgia del “ciclico ritorno” tipica del concept, e il telegramma ultraterreno di Ascendant Here On… chiudono il cerchio dei riferimenti al più recente disco del Wilson solista.Beggs

Si riprende dalla atmosfere finto-disturbanti, sonore e visuali, manichini e insetti da incubo, di Index e Harmony Korine, ma basta guardarsi attorno per provare brividi più profondi. Le creature del servizio d’ordine, nature, così come sono, fanno più paura dei mostri che scorrono sullo schermo.
Ritornano, nell’infinito gioco dei mille rimandi, gli echi dei Porcupine Tree di Don’t Hate Me e Sleep Together. Nel mezzo la chicca strumentale di Vermillioncore tratto da 4 1/2, perfetta perché qualcuno le cui pastiglie dei freni inibitori sono da buttare si metta a sgambettare sotto al palco. Ma niente da fare. Qui pastiglie e pasticche, di qualunque tipo, latitano. Il progressive fan è morigerato. Cerebrale per definizione.Wilson 4

Tempo di encore. Una volta “bis”, che fino a qualche anno fa funzionava egregiamente, ma oggi nel paese del buon mangiare sa di cenetta a bordo lago. Il gergo va aggiornato, bisogna stare al passo. Wilson ora incita senza mezzi termini il pubblico a stringersi sotto al palco, un po’ per quello che aveva già suggerito – fare festa – un po’ per rendere più intenso l’omaggio a colui che definisce una figura di riferimento. “Enthusiasm”, che diamine! Sullo sfondo una foto di David Bowie nel pieno del suo splendore, e la band che attacca Space Oddity, Wilson alla chitarra acustica. Al pungolo dell’occhialuto chitarrista questa volta una pattuglia di coraggiosi si alza dalla sedie per radunarsi ai piedi del Pro(g)feta di Hemel Hempstead. La vivacità che mettono in mostra è quella di un gruppo di zombie assetati di sangue di fronte alle “macchine anatomiche” del Principe di San Severo. Inerti.
Coraggio Steven, almeno si sono fatti avanti. Seguono The Sound of Muzak e la toccante – una versione cupa del Thomas Newman di Revolutionary Road – The Raven that Refused to Sing. Music for people that refused to dance.Wilson 3

Bravo Wilson. Anzi bravò, alla francese. Gli Europei di calcio erano freschi di conclusione e Wilson, che come detto non lascia nulla al caso, ha provato a scaldare il sangue degli italiani facendo leva sul calcio: rimarcando che a noi era andata male, ma loro – gli inglesi – avevano fatto di peggio, una figura “di merda”. Sugli opuscoletti turistici in svendita a Portobello sta scritto che dopo la mamma, e una bella pasta asciutta a pranzo, per il verace indigeno del Belpaese c’è il calcio. Obsoleti, quei libretti, ma qualche osservazione sul costume è ancora di attualità. Un bell’investimento, considerando il rapporto qualità/prezzo, ben fatto Mr. Wilson. L’attendiamo il prossimo anno, quando qualcuno tra gli spettatori potrebbe accennare a cantare, se non a battere le mani ritmicamente, addirittura. Non sono conquiste da poco, ci vuole pazienza e perseveranza. Anni di duro lavoro.

Post scriptum (a personal reminder)

Bel concerto, però. Emozionante. Qualità che vedo sempre più raramente trasmettere dal palco. Da parte mia, in disparte nel mio angolino buio mi sono agitato, in piedi, per tutto il tempo. Quando ti prende, la musica spinge. Il piccolo Wilson sarebbe stato fiero di me. Mi sono ricordato del vecchio Paolo Zaccagnini che scriveva per Il Messaggero, un cameo in Ecce Bombo di Nanni Moretti, un vero pazzo, con una barba, vent’anni fa, che gli hipster di oggi sembrano re del glabro. Che vent’anni fa girava in completo bianco e panama come fa oggi De Gregori. Sembrava Matusalemme, bastone compreso, ma aveva lo spirito di un ragazzino, il più vispo e rockettaro di tutto il manipolo degli scribacchini della sala stampa. Un personaggio. Non so che faccia oggi. È stata la cosa più piacevole dell’Heineken Jammin Festival, quel lontano sabato 19 giugno 1999, insieme agli Stereophonics, per gentilezza e modestia nonostante arrivassero dalla perfida Albione carichi di ori (miglior gruppo, miglior disco, miglior questo & quello…), e agli Underworld, ai quali sarò eternamente riconoscente per essere stati, in uno sfortunato e purtroppo breve passato, (ig)noti come Freur: simpatico averli a un metro di distanza.

 

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