Suburbicon Book Cover Suburbicon
Noir, commedia
George Clooney
Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Megan Ferguson, Jack Conley, Gary Basaraba, Michael D. Cohen, Karimah Westbrook, Leith Burke, Tony Espinosa, Alex Hassell, James Handy, Mark Leslie Ford, Nancy Daly, Robert Pierce, Frank Califano
Alexandre Desplat
6 12 2017
USA, UK
105’
11 12 2017, cinema Raffaello


Quando George Clooney si mette a dirigere il racconto non è mai banale. Tanto nell’esposizione quanto nei contenuti.

Suburbicon fa sorridere, pensare, masticare amaro. Mette alla berlina stereotipi e sventra fondali di cartone. Con un gusto per il surreale che sa di Wes Anderson, una spruzzata del grottesco degli stessi Coen, e il feroce senso di rilettura di uno dei capisaldi del mito americano, soprattutto cinematografico: i favolosi anni ’50.

La stravaganza di Matt Damon, della doppia Julianne Moore e Oscar Isaac – ma il fondamentale apporto dei comprimari non è da meno – aggiungono la ciliegina.
Ben fatto George, una pausa [pubblicitaria] caffè e poi un ottimo film. Avanti così.

 

Se a scrivere ci si mettono i fratelli Coen, insieme a George Clooney, e questi si prende anche la responsabilità di dirigere, che ne esca un brutto film è il più difficile degli eventi. Suburbicon infatti è scoppiettante, luminescente, divertente come uno spettacolo pirotecnico. E amaro.

Matt Damon

Lo spaccato di vita americana celebrata in un set che sa di favola fatta levitare con dosaggio degli ingredienti volutamente sbagliato, ma tenuto sotto controllo, sotto osservazione come un esperimento, quel tanto che basta perché il tempo e lo spazio del sogno americano si tramutino nell’incubo, nel failure, dell’“American way of life”. Una delizia. Una velenosa delizia.

Oscar Isaac

Per gli occhi innanzitutto: il villaggio di Suburbicon, e relativa presentazione sui titoli di apertura, manda in solluchero. Ma è un senso di meraviglia che si tramuta ben presto in smarrimento. E conseguente sfaldamento di ogni progetto di gloria e felicità in qualcosa di acido, al limite della putrefazione, poiché contornato e imbevuto dalla corruzione in senso lato che la fa da padrona: elemento cardine il razzismo più bieco di cui è preda la comunità; e laddove qualcuno ne sia esente – Gardner Lodge/Matt Damon e la sua fittizia famiglia lo sono; per lo meno perché troppo presi dai complotti intestini – ci pensano la brama di denaro che non risparmia nessuno e un distorto di appartenenza – a Suburbicon, agli USA, alla razza bianca – a corrodere ogni cosa, soprattutto i rapporti umani, come una ruggine inarrestabile.

Julianne Moore

Questo terzo film realizzato a sei mani e tre teste tra i Coen e Clooney [a onor del vero quattro e otto poiché c’è di mezzo anche Grant Heslov] non ha riscontrato grosso favore tra la critica e arranca nel raggranellare spettatori. Il classico Assassinio sull’Orient Express, che si dipana ‘linearmente, impeccabile ma asettico, sta facendo di gran lunga meglio. Ma avere vita dura è la sorte di chi (o cosa) ha carattere. Personalità. Di chi se ne infischia di dire/fare (baciare?) per piacere. O di “dare al pubblico ciò che vuole”. La trita solfa che venerano come una divinità – potentissima e crudele con chi non soggiace – tutti i ‘big shot’ dell’entertainment più o meno ‘alto’: dai produttori a chi compila i palinsesti TV o radiofonici, dagli assessorati alla cultura a chi cura mostre.

Matt Damon, Noah Jupe

Suburbicon è un noir raccontato come una fiaba dei fratelli Grimm. Nelle quali i bambini rischiano di essere sacrificati da chi ne dovrebbe avere maggiore cura, i genitori. Dove i killer hanno sembianze – e fattezze che sono un trionfo di ricerca fisiognomica – degli orchi. Le madri, o pseudo tali, delle principesse malvagie, o streghe; e il cavaliere sul destriero bianco – il perito dell’assicurazione il cui compito è smascherare frodi – è l’ennesimo impostore.

Matt Damon, Glenn Fleshler

Ai detrattori non è piaciuto il doppio binario su cui scorrono la vicenda della famiglia di colore – che viene assediata e brutalizzata dalla comunità di Suburbicon – e quella centrale dei Gardner. Ma la prima è marginale, serve a caratterizzare il contesto; e l’altra è così ben congegnata che sul contorno non c’è necessità di stare a rimuginare troppo. Se le due storie non arrivano a coincidere rappresenta un neo, non certo un difetto da correggere con la chirurgia plastica. Certamente non un delitto. Non così grave, per lo meno, quanto quelli che si susseguono al progredire di Suburbicon. Uno dei film più originali del 2017.

 

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