Apricity Book Cover Apricity
Syd Arthur
Alt rock
21 10 2016
UK
Harvest - 4776485

 

Ora che nella band è entrato anche Josh Magill alla batteria, il fratello minore di Liam, voce e chitarra, e Joel, basso e seconda voce, i Syd Arthur salgono in alto nella graduatoria delle band fatte quasi totalmente ‘in casa’, che vanno dai Gentle Giant agli attuali Kings Of Leon. L’unico a non essere di famiglia è Raven Bush, violino e tastiere, nipote della più famosa zia Kate.

Apricity, quarto disco della band di Canterbury che così poco ha a che fare - nonostante le castronerie che si sentono dire in giro – col vecchio, e geniale, suono canterburiano, affluente secondario che andava a ingrossare il grande fiume del Progressive rock, arriva a due anni di distanza da Sound Mirror, il primo lavoro inciso per una major, l’allora neo-rinata Harvest (ora sotto egida Universal) che negli anni Settanta ha pubblicato i lavori di una sfilza di musicisti entrati nella la storia del rock: Deep Purple, Pink Floyd,  Syd Barrett, Sof Machine, Can, Electric Light Orchestra, Barclay James Harvest, Quatermass, Roy Harper

Come la band non ha identità precisa, nel senso che è difficile inserirli in un genere, tanto meno il Progressive rock, così la loro musica non ha unitarietà. In Apricity trovate il pop psichedelico up-tempo di No Peace che potrebbe essere un hit per tutte le orecchie, la variegatamente noisy Sun Rays, Portal – strumentale – che ha la stessa cadenza di Life Begins At The Hop degli XTC, la precipitosa Apricity che finisce in un sospiro acustico, e la diretta schiettezza di Seraphim.

Poi il meglio: Into Eternity, dalla vaga echo dei Gentle Giant di Think Of Me With Kindness, e Rebel Lands che sa di Smiths, anche grazie alla  voce di Liam Magill che ricorda Morrissey, con un po’ di vibrato in meno e un po’ di mascolinità in più, infine la bella Evolution, apparentemente sbilenca sperimentazione, ma con anima.

Non somigliano a qualcuno in particolare, i Syd Arthur, come abbiamo detto ci sono flebili rimandi. Un bene. Se di Progressive si deve parlare, una lontana similitudine, per la gentilezza formale e la mancanza di sfoggio tecnico, la si potrebbe trovare negli svedesi Landberk.

Allo stesso tempo però, sembrano una band in perenne ricerca di identità. In questo nuovo disco aggiungono una spolverata di elettronica a scapito del violino che resta in ombra, cambiano la ritmica. Ma non basta. Difettano di messa a fuoco. E ancora non si capisce se sia una scelta oppure una mancanza.

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