Dust Book Cover Dust
The Enid
Progressive rock
1 4 2016
UK
Operation Seraphim ‎– EWCD31

 

Non conosco una persona che metterebbe gli Enid tra i 10 gruppi preferiti. E nemmeno tra i primi 50. Forse non conosco abbastanza gente. Tuttavia la band inglese continua a incidere e calcare le scene da circa metà anni ’70, giungendo al 13° disco di studio e restando sempre un oggetto tra il misterioso e l’inespresso, più belle le intenzioni del risultato.

Il recente Dust - parte di una trilogia che comprende Journey's End e Invicta, 2010 e 2012 - non si discosta da una certa aura di mediocrità che nonostante la buona dote della perseveranza non ha mai permesso alla band di primeggiare in un settore diventato di nicchia come il Progressive rock da metà anni Settanta in avanti, impresa che vista le penuria di concorrenti non sarebbe stata difficile. E neppure l’etichetta del beautiful loser gli si attaglia, che pure affascina: perché gli Enid non hanno mai avuto il vero colpo d’ala avversato da un destino crudele, o qualcosa di simile.

Anzi,  se possibile, nel momento nel quale il gruppo sembra giungere al capolinea – il leader storico Robert John Godfrey ha lasciato per gravi problemi di salute; e per motivi diversi l’hanno imitato il chitarrista Max Read, il batterista Dave Storey, il cantante Joe Payne lasciando il gruppo decimato – se possibile, dicevamo, gli Enid probabilmente prossimi al commiato, Dust, il canto di un cigno invero spennacchiato, risulta quanto mai flebile e privo di qualsivoglia elemento che possa instillare rimpianto per una prematura fine.

Tutto si risolve in un improbabile guazzabuglio tra rock opera e musical, la colonna sonora da film disneyano e gli elementi più retrivi del Progressive che hanno reso il genere inviso a mezzo mondo. Shakerato e servito alla temperatura e nel contenitore sbagliati.

Ma dal vocalist, questo Joe Payne di cui si sente dire in giro così bene, che mette in mostra potenziale ma induce più sbadigli che emozione,  a un uso pacchiano e muscolare di coro, fiati, strumenti in genere, e fino allo spartito che spara alto, pretende il rispetto della grandeur classica ma mette in mostra solo confusione (stru-mentale), c’è davvero poco che si salva. Così poco da essere prossimi al niente.

Funziona in teatro? Con ballerini, attori, coreografie, luci, filmati. Ma senza qualcosa che vi distragga – e pesantemente – dall’ascolto, Dust, il disco, è quello che dice di essere: polvere, pulviscolo. Impalpabile. Inascoltabile.

(Visited 56 times, 1 visits today)