Zen Variations Book Cover Zen Variations
The Legendary Flower Punk
Prog rock, Psichedelia, Jazz rock
8 11 2016
CD, Download
Russia
Flower Punk Records ‎– FPR 009
45’ 32”

 

Nati nel 2009 per volontà del chitarrista Kamille Sharapodinov, il quintetto The Grand Astoria comincia a farsi notare nella città di provenienza, San Pietroburgo, per arrivare a percorrere l’Europa – per ben 40 date – già nell’autunno dell’anno seguente. La parola d’ordine della band – Kamille Sharapodinov chitarra, voce e unico compositore, Danila Danilov voce, Igor Suvorov chitarra, Dmitry Ogorodnov basso, Nik Kunavin batteria – è “eclettismo”. Il loro gergo sonoro incorpora tutto quello che The Grand Astoria riesce ad assimilare. Dal Prog allo Space rock, dal Heavy alla Psichedelia. Per poi masticarlo, digerirlo e risputarlo rivisto a proprio modo. Dal 2009 al 2015, con regolarità, pubblicano in modo autonomo 6 album:

The Grand Astoria (aka I), 2009
II, 2010
Omnipresence, 2011
Punkadelia Supreme, 2013
La Belle Epoque, 2014
The Mighty Few, 2015

Due EP:
Deathmarch, 2013
The Process Of Weeding Out (Black Flag cover album), 2014

Tre singoli:
Caesar Enters The Palace of Doom (7"), 2011
Then You Win (7"), 2013
Who's in Charge? (CD-single), 2014

Sharapodinov ha spiegato che The Legendary Flower Punk è una sorta di altra faccia – strumentale – della medaglia The Grand Astoria. Una seconda differenza è che in questo progetto la musica è scritta in maniera collettiva. Dal 2012 al 2016 The Legendary Flower Punk ha inciso quattro dischi, tutti autoprodotti tranne quello insieme a Dvory:

The Legendary Flower Punk ‎(CD, Album), 2012
The Legendary Flower Punk & Dvory: The Time, The Place ‎(File, ALAC, FLAC, MP3, ogg + CD, Album), 2014
The Great Acid Folk Swindle ‎(CD, Album), 2014
Zen Variations ‎(CD, Album), 2016

Ci sono musicisti che hanno sense of humour (come tanta altra gente, certo). Lo fanno vedere sul palco, se sono bravi intrattenitori. Possono farlo con la loro musica su disco, come Frank Zappa. Oppure si raccontano battute e barzellette tra di loro nel back stage e di fronte al pubblico non lasciano trapelare un sorriso.

Poi ci sono quelli come The Legendary Flower Punk, che giocano con il loro stesso nome. Ti prendono in castagna sin dalla presentazione: ti spingono in una direzione con una parola e invece si rivelano tutt’altro. Il nome è importante. Non solo per le band. Dunque se qualcuno mette un bel “Punk” sulla propria targa, come ultimo termine poi, accidenti, è come una dichiarazione di intenti.

The Legendary Flower Punk è una band che si sviluppa attorno al chitarrista e cantante russo Kamille Sharapodinov – già nei The Grand Astoria dai quali giungono Mike Lopakov, ex-bassista, e il batterista Nik Kunavin tuttora nella band – che in Zen Variations fa un altro scherzetto non sillabando alcuna parola.
In verità non lo fa proprio nessuno: una pletora di musicisti contribuisce alla ricca e insospettabile palette sonora, ma nessuno canta. Lo so, potevo dirlo in modo più semplice: Zen Variations è un disco strumentale. Per farmi perdonare aggiungerò in maniera stringata: coi fiocchi

Non appena il disco inizia, mi riferisco al “punk”, ogni dubbio viene fugato. Earthquake Zen è quanto di più lontano dal ruvido genere può esistere: jazz-rock, piuttosto, un mondo generalmente frequentato dai migliori musicisti in circolazione. Altro che viscerale irruenza da improvvisati strummer.
Ma si tratta solo dei tratti iniziali di un disegno ben più ampio. L’unica cosa che hanno in comune i brani di Zen Varations è il suffisso “zen” che ne completa il titolo. Tutto il resto è una sorpresa, perché ogni brano si presenta in maniera diversa per ispirazione, modo di affrontare i brani, spirito.

Urban Zen ha radici che si allungano verso i crescendo strumentali dei King Crimson sul palco con McDonald o Mel Collins al sax; e le stimmate del prog, quello dell’altro lato, il più addomesticato e acustico – per merito del flauto di Denis Kirillov che suona anche il piano, e della chitarra acustica di Sharapodinov – le ha Christmas Zen (perla di oltre 8 minuti).

Party Zen pare il festival del synth, attivato dalle delicate mani di Danila Danilov (che in borsetta ha anche il metallophone!) che accennano una citazione/tributo (può essere solo merito del caso?) a Ace of Wands di Steve Hackett. Mentre Subway Zen, dettata da una semplice figura in arpeggio del chitarrista alleggerisce il discorso, e la seguente Warfield Zen, scossa da frenetica energia, pare il theme per una nuova serie che mescolasse James Bond, Miami Vice e Starsky e Hutch. (C’è qualche sceneggiatore che legge e vuole prendere un appunto?).
Resta da dire della immediata presa del riff – che non significa né facile né banale – di White Magick Zen.

Che bella sorpresa tovarisch Kamille & Co. Non è dato sapere se sia ancora avvezzo all’uso di falce e martello, ma la chitarra la maneggia bene. Ma non è solo questione di dita. La testa funziona anche meglio: se ne ha prova dalla oculatezza con la quale ha raccolto il nucleo di musicisti che lo accompagna e da come li dirige, per trarne qualcosa di rara intensità e godimento. Segnatevi il nome di Sharapodinov e seguitelo in ogni cosa che fa, come agenti del KGB. Mettete microfoni dove si ferma (con la chitarra). Fatelo cantare! Ma se non riuscite a intercettarlo, beh, le registrazioni comprategliele.


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