È Natale. “E tutti si sentono più buoni”, recita così il cigolante adagio che procede con la stessa efficacia di una locomotiva a carbone al suo ultimo viaggio. Quello che sembrava un immarcescibile inno all’altruismo – seppure a tempo determinato – è diventato un arrugginito passepartout in grado di aprire sempre meno cuori. Soprattutto se si tratta di quelli di politici corrotti che non si fanno alcuno scrupolo, Natale o meno, anteponendo i propri interessi a quelli del popolo. Anzi del pueblo. Perché in questo caso la storia che vi sto per raccontare, che non si se avrà un lieto fine ma per ora sperimenta un tragico presente, riguarda l’Argentina. Per la precisione la provincia di Mendoza che si trova a nord-ovest del paese, in prossimità del confine col Cile e ai piedi delle Ande.

La terra di Mendoza e le Ande sullo sfondo

L’area, strappata dal prezioso lavoro dei contadini a una terra arida e poco generosa, è conosciuta nel mondo per merito del vino Malbec, ottenuto dall’omonimo vitigno rosso che, mentre in Francia la produzione declinava, è diventato una specialità della regione argentina. Per merito delle sue qualità intrinseche ma anche del suo singolare metodo di coltivazione, in altura tra gli 800 e i 1500 metri, che ha attirato le attenzioni anche di Alberto Antonini, l’enologo e produttore toscano consulente di rinomate case vinicole di USA, Canada, Australia, Cile, Argentina, Uruguay, oltre che nostrane.

Il paradosso, se volete, è che il buon vino si confeziona partendo dalla buona acqua. Se manca quella addio vite, e nel peggiore dei casi addio vita. Come sta succedendo nella provincia di Mendoza.

Gli scontri si inaspriscono

Nella città capoluogo della omonima provincia – conglomerato di oltre un milione di abitanti – a metà dicembre migliaia di cittadini sono scesi in piazza e si sono diretti verso il municipio per protestare – pacificamente ma fermamente – contro il governatore Rodolfo Suárez, reo di essere in procinto di sradicare gli effetti protettivi della Legge 7722 – risalente al 2007 – sull’utilizzo dell’acqua a favore di progetti di sfruttamento intensivo del sottosuolo. In altre parole, l’acqua da adesso in avanti potrà essere utilizzata, e lo sarà in gran parte, per l’estrazione di minerali come uranio, rame, oro, argento, zinco, ferro, piombo: con buona pace degli agricoltori che vedranno ridotta al minimo la quantità di acqua a loro disposizione, nonché messa a repentaglio la loro stessa salute.

Il governatore Suárez si è difeso sostenendo che i progetti di estrazione porteranno nuovi posti di lavoro, ma all’ufficialità dell’apertura di 19 di tali interventi la folla ha intensificato la protesta e la polizia ha risposto lanciando lacrimogeni e sparando pallottole di gomma. Da lunedì 23 dicembre gran parte della gente che da San Carlos ha marciato per 86 miglia verso la capitale attraversando zone desertiche, si è attestata fuori dal municipio e canta senza sosta “L’acqua non si tocca”.

La sezione argentina di Greepeace ha rilasciato un comunicato ufficiale che avverte che “nello sviluppo di mega progetti di estrazione, la modifica della legge 7722 permetterà l’uso di acido solforico, cianuro, e altri prodotti chimici tossici che saranno causa di contaminazione dell’acqua della provincia”.  
Prosegue Laura Vida, portavoce di Greenpeace Argentina: “È ridicolo che nel peggior periodo di siccità mai registrato, la provincia invece di proteggere le risorse d’acqua abbia deciso di favorire l’industria inquinante dell’estrazione mineraria. Senza alcun dubbio questa risoluzione non aiuta a combattere gli effetti del cambio climatico che hanno colpito la provincia”.     

Il lungo ‘serpente’ umano di dimostranti

L’abrogazione della legge così come la si conosce non è ancora entrata in vigore, ma nonostante l’incontro con quattro rappresentanti degli agricoltori, Humberto Mingorance, segretario per l’ambiente di Suárez, ha confermato che “la legge trova consenso e il governatore non ha mai nascosto la promessa di consentire progetti di sfruttamento del sottosuolo nella provincia di Mendoza”. Peraltro lo stesso presidente Alberto Fernández, leader del partito populista Peronista che strizza l’occhio a sinistra, ha sostenuto l’iniziativa del governatore di Mendoza poiché ritenuta importante per rimettere in salute la perennemente claudicante economia del paese.
Non tutte le cariche del partito sono della stessa opinione, però: il senatore Pino Solanas, ambasciatore del presidente all’Unesco, ha twittato “la legge 7722 di Mendoza proteggeva l’acqua vietando l’uso di sostanze tossiche nell’attività di scavo minerario. La sua modifica è un passo indietro che mette in pericolo il futuro della regione”.

La marcia della protesta non si ferma

Va sottolineato come Mendoza sia la regione che ha il più alto indice di produzione del vino di tutto il Sudamerica. Un risultato di eccellenza che vale doppio perché i coltivatori dell’area ottengono tale straordinario  successo in condizioni sfavorevoli. Mendoza è un’area semi desertica, e la gran parte dell’acqua viene ricavata dalle nevi delle vicine Ande che a causa degli scompensi climatici e del riscaldamento globale vanno lentamente ma costantemente diminuendo. La produzione del vino, inoltre, ha un forte impatto anche sull’indotto turistico, che sulle strade del Argentina Wine Route porta ogni anno migliaia di amanti della preziosa bevanda a visitare le oltre 1.000 aziende vinicole che si trovano lungo il suo percorso.

La legge 7722 – come cantano i viticoltori di Mendoza – “no se toca”. Farlo è un crimine contro il popolo argentino e l’umanità intera. La salute della gente e la natura vanno salvaguardati. Non si svendono. Non c’è interesse personale, o di azienda, che sia superiore. I posti di lavoro si creano in altro modo, con una politica lungimirante, mettendo al centro della comunità le persone e la loro salute, che a loro volta devono interagire in modo armonico con l’ambiente.           


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