C’è una generazione di musicisti che sta scomparendo, anche con una certa fretta. Si tratta di quelli che sono nati all’inizio del dopoguerra. Quelli che abbiamo amato di più. L’ultima dolorosa defezione, registrata il giorno di Pasqua, è quella di Allan Holdsworth, nato a Bradford, West Yorkshire, nel 1946, ma da almeno trent’anni residente in California. Scelta assolutamente comprensibile, se sei inglese e musicista.

Ora, per fare un resoconto della vita artistica del chitarrista ci vorrebbe una mini-enciclopedia. Non è questo né il posto né il momento. Vale solo la pena dire che – come capita spesso agli artisti dediti più alla loro arte che alla ricerca del successo – Holdsworth è pianto più da colleghi, e fan di qualche nicchia musicale, che dal grande pubblico. Nonostante l’assoluta grandezza del musicista e l’indiscutibile ascendenza su centina di chitarristi che economicamente hanno raccolto molto di più.

Nella sua lunghissima lista di progetti e collaborazioni, i tentativi per raggranellare qualche moneta di più non sono stati tanti ma non sono mancati: uno su tutti gli UK, con Bill Bruford che lo aveva caldeggiato a John Wetton. Ma poi Holdsworth se ne chiamò fuori in fretta, perché il bassista trovava disdicevole che egli suonasse le sue parti, ogni sera sul palco, in modo diverso. Sic. Detto da uno che ha sempre gonfiato il petto per la capacità di improvvisare dei King Crimson del 1972-74, fa impressione.

Ho avuto il piacere di incontrarlo per una intervista in occasione dell’uscita di The Sixteen Men Of Tain, CD uscito nel marzo del 2000, e ultimo lavoro che incise nel suo studio, The Brewery. Che non è un nome di battesimo buttato lì a caso, ma la dice lunga sulla passione dell’uomo per la birra, che ha anche provato a produrre.

Personalmente, ne ricordo la gentilezza e un certo aplomb britannico. L’intervista non è  mai stata pubblicata: doveva uscire su [miu:zik], rivista autenticamente progressive – come sono stati progressive i King Crimson: da In The Court Of The Crimson King a Discipline e oltre – arrivata con 20 anni di anticipo su PROG – che è prog come lo sono gli IQ. Ma [miu:zik] – che non era un clone – è andata in malora prima di riuscire a inserire le parole di Holdsworth. E temo di avere perso il nastro con la registrazione. Quello era il tempo dei walkman e delle cassette 7. Mi dispiace. L’avrei volentieri postata come personale tributo.

Immagino che da domani parecchi discografici si daranno da fare per compilare antologie, box, ristampare l’intero catalogo del prodigioso musicista. Ma questa, che ci piaccia o no, è una regola dello show business. Ma non è vero: è una regola di questo mondo che pare basarsi esclusivamente sul profitto: e si applica allo stesso modo a scrittori, poeti, cineasti, attori. A tutti. Monetizzare la morte fa parte del gioco.

Il lato positivo – magra consolazione – è che il tam-tam mediatico porterà qualche ignaro ascoltatore in più a fare la conoscenza postuma di Holdsworth.

Guitar World, sorta di bibbia mensile del praticante la chitarra, ha scritto che il musicista inglese “è stato influente quanto Chuck Berry, Jimi Hendrix e Eddie Van Halen”. Ma quest’ultimo ha fatto di meglio. Nella sua prima intervista alla stessa rivista americana, nel 1981, ha dichiarato che “per me Allan Holdsworth è il numero uno”. E se lo dice uno così, potete essere certi che è vero.

 

(Visited 94 times, 1 visits today)