Sabato scorso, il 12 dicembre, si è celebrato il centenario della nascita di Frank Sinatra. In tutto, dedicato alla cosa, ho visto una trasmissione TV, ad orario per nottambuli su RAI 2, e sentito uno special su Radio Rai 3 il giorno dopo, di neppure un’ora. Tutto qui. Eppure, visto lo spessore del personaggio, e gli evidenti legami con l’Italia, qualcosa di più si poteva fare.

Frank_Sinatra 1

Sono un rockettaro, dal tallone dei calzini sporchi all’ultimo dei capelli che ancora, in sufficiente quantità, restano abbarbicati con stoica insistenza alla zucca, accessorio che per un rockettaro è motivo di bella soddisfazione. Anche la zucca, ma intendevo i capelli. Ciononostante, non appena varcata la linea che da fanciullo ti dà la patente di teen-ager abbia preso ad ascoltare musica Rock, per di più in una fase storica nella quale appartenere alla tribù non era solo questione di gusti, ma una sorta di – piccola – scelta di vita, perché essere rockettaro significava iscriversi a una fazione in guerra, come si trattasse di una crociata, contro la musica ritenuta priva di valore o scevra di contenuto, nonostante la militanza Rock mai abbandonata, dicevo, e col passare degli anni una naturale apertura di interesse verso generi considerati più nobili e snob-ili: Jazz e Classica su tutti, devo ammettere – è una colpa? – che in questi ultimi anni ho subito – e subisco tutt’ora –  una misteriosa fascinazione per Frank Sinatra.

031-sinatra-tribe-theredlist-2

Quando la musica per me non era così importante, Frank Sinatra faceva capolino nella mia vita in modo occasionale. Piaceva a mia madre, che apprezzava la musica americana che l’esercito degli Stati Uniti si era portata dietro come soundtrack sbarcando in Sicilia, quando teen-ager lo era lei. Se di Sinatra passava qualcosa per radio alzava il volume, se si trattava della televisione smetteva di stirare e si fermava a guardare e ascoltare con trasporto. Però ricordo che quando cominciai a portate a casa i vinili, mia madre adorava Santana, “Bohemian rapshody” dei Queen, le piacevano i Genesis e, cosa che non mi sono mai spiegato perché non si tratta certo di uno dei brani più orecchiabili della vecchia band di Gabriel, aveva una sorprendente predilezione per “In the cage”. Io allora Sinatra mica lo capivo. Anzi, proprio non lo notavo. Tutt’al più potevo considerarlo dibattersi in un recinto al confine con i  nostrani canzonettari. Ma a quel tempo, beata stupidità adolescenziale, non comprendevo nemmeno la grandezza di Totò.

Frank-Sinatra-and-Dean-Martin-2

Ho fatto la mia bella gavetta da appassionato di Rock, comprando dischi, vedendo concerti, ascoltando tanto, tutto quello che mi riusciva. Mi sono formato come ascoltatore, arrivando ad avere una lista di preferiti, sia come genere, sia come singoli artisti, come successo, né più né meno, a tanti altri ragazzi. Poi, diventato adulto, con le idee ben chiare in fatto di scelte musicali, sicuro di quelle scelte e di quelle predilezioni, di quelle liste di cantanti dei quali conosci tutto il repertorio, e di questo buona parte a memoria, dei quali talvolta le biografie per te non hanno segreti, ecco che Sinatra ricomincia a fare capolino, un po’ qui un po’ là, un brano dopo l’altro. O forse c’è sempre stato, ma ho cominciato a notarlo solo da un certo punto. In un momento nel quale ho sentito che lui, Sinatra, ha qualcosa che tutti gli altri non hanno. Una voce unica.

frank & elvis 3

Nella trasmissione andata in onda su RAI 2 hanno montato “New York, New York”, una strofa cantata prima da Sinatra, poi una da Andrea Bocelli. Bocelli è considerato una delle voci più belle e potenti che abbiamo in Italia, tanto da avere i piedi in più staffe, quella della Classica e quella del Pop almeno, estremamente considerato in entrambi i campi, inoltre acclamato un po’ in tutto il mondo. Eppure da Sinatra, peraltro quello in fase di età avanzata dello spezzone, Bocelli viene oscurato. Più avanti nel programma, un secondo filmato di repertorio mostrava un duetto tra Sinatra, poteva avere una quarantina d’anni, ed Elvis Presley al massimo del suo splendore e sex-appeal: un paio di mosse da semi-paraplegico di The Pelvis e le mura dello studio TV quasi crollano per il vociare delle fan in delirio. Ma quando prendono a cantare, mentre Presley sembra un gattino che fa le fusa, Sinatra fa l’effetto delle sirene che Ulisse affrontò facendosi legare all’albero maestro della sua nave.

Marilyn-and-Frank-Sinatra-2

La cosa sorprendente, la prima, è che non c’è bisogno di essere un intenditore per capire la schiacciante superiorità artistica di Sinatra, chiunque può farlo. La seconda, e la spiegazione che più si avvicina alla realtà, riguardo alla bravura di Sinatra, come dice intervistato in TV lo stesso Bocelli, è che non c’è spiegazione: “… non ci sono parole per spiegare”. Io potrei dire che Sinatra ha una intonazione perfetta, che ha una dizione che nessun altro possiede: il 99% di quello che canta risulta chiaramente comprensibile a chiunque sappia un po’ di inglese, che volteggia tra le note con una eleganza che non si può imparare, ce l’hai o no. Ma alla fine, Sinatra è una spanna sopra a tutti fondamentalmente per dono di natura, e se una ragione tecnica c’è, nessuno se ne accorge. O a nessuno interessa. Per Sinatra vale quello che oggi si dice per calciatori come Messi: fanno sembrare semplici le cose impossibili.

frank_sinatra_mouth_hat_tie_suit_2

Penso ai grandi cantanti Rock. Oggi va per la maggiore Adele. Tutti a strapparsi le vesti. Oppure, tra i sempreverdi che nessuno osa toccare, a maggior ragione da quando passano a miglior vita, a Freddy Mercury. Ne potrei citare mille, ma questi due sono paradigmatici di quello che oggi deve avere un cantante per essere considerato un campione. Una potenza bestiale. Entrambi, sembra che abbiamo mandato giù con un sorso, decidete voi il tipo di bevanda che meglio si addice a due diversi tipi, se alcolica o meno, le trombe del giudizio, e con queste pure gli angeli che le suonavano. Ogni volta che aprono bocca le mura di Gerico si fanno il segno della croce e provano a chinarsi, per quanto rigide, per rintuzzare gli effetti dell’onda d’urto: sanno che per loro è giunta l’ora. Anche se cantano una canzone d’amore drammatica, che dovrebbe essere nulla più di un rantolo, le cui parole potrebbero essere del tipo “amore mio sono triste come un gatto senza scatolette / te ne sei andato dopo avermi tradito con la mia migliore amica ma non prima di avere svuotato il frigo / ora ho la testa nel forno e sto aprendo il rubinetto del gas”, per loro la performance ha valore solo se il volume risulta pari o superiore a quello di un uragano di classe 5. I polmoni sempre a pieni giri, la supremazia della loro voce non si misura in decibel ma in megatoni. Fosse nata un po’ prima, per fiaccare la resistenza del Giappone gli alleati potevano paracadutare su Nagasaky e Hiroshima una come Witney Houston, un’altra che appartiene al lotto e avrebbe buttato giù tutto, risparmiando ai poveri giapponesi almeno le radiazioni.

frank-sinatra-donna-reed-1954

Sinatra, in questo panorama, si insinua in punta di piedi. Senza nessuno sforzo apparente. Con una naturalezza fuori dall’ordinario. Una eleganza unica. Non deve sputare le tonsille, per farsi sentire. Non fa a ‘polmone di ferro’. Canta. E tu resti lì, ad ascoltare fino alla fine. Incantato. Non ne so moltissimo però, e non conosco moltissimi dischi, rispetto all’ampiezza sia della storia personale che della sterminata discografia. Ma quel poco mi spinge a portarmi ogni volta un passo avanti nella biografia, e a scavare in profondità. Perché non si tratta solo del cantante, ma del personaggio, un gigante da qualunque angolazione ci si soffermi a osservarlo, anche solo da lontano. Perché mi domando, dove sta la leggenda? In cosa consiste? In uno che si spara in bocca a 27 anni dopo una manciata di dischi? O in un cantante da una bottiglia di whiskey, due pacchetti di sigarette e tre spettacoli al giorno che si esibisce fino a 70 anni (al minimo dignitosamente, non come l’ultimo Presley)? Al quale aggiungere il cinema affrontato con perizia, 53 film, un Oscar, un Golden Globe, pellicole rischiose come L’Uomo Dal Braccio D’oro; le frequentazioni mafiose ma anche la disponibilità a fare l’informatore per l’FBI, il Premio Hersholt nel 1971 per meriti umanitari. Le più belle donne del mondo – da Marlene Dietrich a Marilyn Monroe – ai suoi piedi, e l’amicizia fraterna con Kennedy, o col pessimo Reagan, ma anche il sostegno offerto a Martin Luther King, e la difesa in prima persona dei diritti dei negri (Sammy Davis Jr., se non fosse stato per The Voice, per quanto famoso non l’avrebbero mai ammesso nello stesso albergo di Sinatra e Dean Martin, quando in tour con il Rat Pac).

golden-arm-2

E poi Sinatra sperimentatore, in qualche modo, perché ha cantato – per abbreviare – con la big band ma affrontato la musica brasiliana, rischiato il cool e aggiornato lo swing. Ha fondato la Reprise, etichetta per la quale hanno inciso da Joni Mitchell a Neil Young, da Hendrix ai Kinks. Con il dichiarato volere di Sinatra che tutti gli artisti avessero completa libertà di espressione nonché totale possesso del proprio lavoro, compresi i diritti di publishing. In molti, inoltre, fanno risalire a In The Wee Small Hours, del 1955, il primo concept album, una sorta di Sacro Graal per tutti i prog nerds, fieri di questa cosa del concept che nei loro circoli rappresenta uno dei marchi identificativi, se non indiscussa testimonianza, della presunta superiorità del Progressive Rock rispetto a tutto il resto. Un disco che Rolling Stone USA, non certo Sorrisi e Canzoni TV, nel 2003 inserì al numero 101 nella lista dei 500 album di tutti i tempi. Perfino in foto, Frank Sinatra, nei tanti scatti raccolti durante session di studio o dal vivo sul palco, in certi bianco e nero abbacinanti – da pellicola, altro che digitale – sprigiona un fascino di rara intensità. Che è lì. Lo vedi, lo senti, ma come ha detto Andrea Bocelli, non ha parole per essere spiegato.

fs_7928-1

Sinatra negli anni ’40 è stato un fenomeno paragonabile solo a quello dei Beatles, dopo di lui. Una storia epica, se si pensa che discendeva da una famiglia di emigrati, nato in un sobborgo di New York senza gloria, Hoboken, quando gli italiani erano considerati, al meglio, ottusa forza lavoro per le mansioni più infime. Si dice che Martin Scorsese voglia portarla sullo schermo. Non sarà facile. Ci possono provare giusto Scorsese o Spielberg, o Eastwood. Ne nascerebbe una narrazione controversa, chiaro, ma per quanto qualche faccia possa offrire una visione opaca, si tratta della storia di un diamante dalle mille sfaccettature. E dal numero di carati incalcolabile.

[N.B.: l’articolo è di proprietà dell’autore. Il contenuto, in toto o sue parti, non può essere utilizzato da altri, in alcun modo, salvo richiesta all’autore e sua successiva autorizzazione].
(Visited 130 times, 1 visits today)
Spread the word of T.A.R.O.T.
  • 2
  •  
  •  
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •   
  •  
    5
    Shares
  •  
    5
    Shares
  • 2
  •  
  •  
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •