The Place Book Cover The Place
Drammatico, fantastico
Paolo Genovese
Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D'Amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini
Maurizio Filardo
9 11 2017
Italia
105'
12 11 2017, cinema Raffaello


Se si provasse a ‘volare’ un po’ più spesso di fantasia, all’interno del cinema italiano, avremmo una carta in più da giocare. Non solo in sala, per calamitare altre tipologie di pubblico, ma anche sul cosiddetto scacchiere internazionale [del cinema] per rendere più appetibili i nostri prodotti per l’estero.

The Place è un ottimo esempio di un genere che in Italia ha avuto pochi fautori e di conseguenza concretizzato poche pellicole, benché di grandissimo spessore. Basterebbe pensare a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, o a molto cinema di Federico Fellino. Rispetto ai quali però – al di là del mero spessore artistico che non manca – però The Place soffre di una sorta di… peccato originale.

 

Finalmente un film italiano che non è un giallo, la chiagnata sulle storture della famiglia, o dei rapporti a due, la commedia imbecille, l’irriducibile ode-frode alle mortifere gesta della trimurti mafia-corruzione-potere. Un film di cosiddetto genere – parola che fa paura ai radical chic e alla critica tutta. Forse, udite udite, un fantasy. Con diramazioni che ramificano in molte direzioni, in realtà, e alla fine rischiano di accontentare anche i sostenitori della chiagnata, dei rapporti umani allo sfascio, della corruzione dei costumi & della morale, della carne ma anche dell’anima altrimenti detta spirito.

Valerio Mastandrea

Che di spirito in The Place ce n’è, e parecchio. L’uomo che sta al centro dell’intera vicenda, e in fondo al locale, seduto al suo personale tavolino dove riceve i clienti come fosse un ufficio, dal quale non pare allontanarsi nemmeno la notte, per dormire o per una ristoratrice passeggiata, chi è, anzi cos’è, se non uno spirito? Comunque una entità; il braccio lungo di qualcuno (soprannaturalmente) anche più potente, più in alto, in grado di mettere a nudo le coscienze. E allo scoperto le miserie di una umanità quanto mai disperata: dalle bassezze in realtà mosse e generate dall’afflato più nobile, cioè quello che l’uomo ritiene probabilmente il suo più alto traguardo: l’amore, amore, e ancora amore.

Marco Giallini

Nelle sue più differenti forme: quello di un padre per un figlio ‘perduto’ causa le sue negligenze di genitore e marito; di un secondo padre e un’anziana signora disposti a tutto pur di salvare il piccolo del primo e il marito della seconda gravemente malati; di una piacente e giovane donna che vuole raddrizzare le sorti del matrimonio; di una suora che ha smarrito la via e vuole ritrovare l’amore di Dio; di un cieco alla ricerca della vista per guadagnarsi una compagna; del meccanico di una officina che vuole mettere in tasca la notte di passione con una donna inarrivabile che vale una vita. E non solo.

Silvio Muccino

Storie destinate tra di loro a intrecciarsi per il sapiente gioco da burattinaio messo in atto dal misterioso uomo che non ha nome ma pare capace di realizzare il più intimo desiderio. Gioco crudele al cui lato positivo si oppone un rovescio: per qualcuno che in fin dei conti si può sacrificare; se il fine ultimo è la strenua difesa del tuo amore, di fronte al quale si esaurisce o si confonde il concetto di bene e di male.

Fino dove sei disposto a spingerti per vedere realizzati i tuoi desideri? Mors tua vita mea. I latini lo avevano già previsto. Ma non tutto andrà come ci si può aspettare. Anche la partita sulla carta più scontata può presentare un esito, e un conto da pagare, imprevisto.

Vittoria Puccini

Bello per essere un film italiano, e soprattutto insolito, piacevolmente sorprendente. Soprattutto nella scelta del tipo di narrazione: minimale; nulla di complicato o esteticamente ricercato, niente magie registiche, trucchi, fotografia che distraggono da una serie di duetti tra l’uomo senza nome, un Valerio Mastandrea maturo e degno dei migliori attori degli anni ruggenti della commedia – quella non imbecille – all’italiana, seduto perennemente al suo tavolo, e il dirimpettaio di turno, uomo/donna, carico di un fardello che si può risolvere facendo qualcosa in pegno. Do ut des.

Rocco Papaleo

“Cosa sei disposto a fare – si legge sul poster del film – per ottenere quello che vuoi?”. Una bella gara di bravura tra attori e un racconto fatto di primi piani e parole che a dispetto della concentricità e della claustrofobica ambientazione non allenta mai la presa. C’è un solo particolare da correggere, in quello che avete letto: tutta questo bell’allestimento deriva da un prodotto americano, la serie televisiva The Booth At The End, come gli yankee definiscono in gergo il separé sul fondo delle loro tipiche tavole calde che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema e uno nel nostro immaginario di eterni innamorati di Hollywood. Peccato.

Valerio Mastandrea

Sarebbe stato bello, e complice il fatto che sono entrato in sala alla cieca, senza prendere alcuna informazione sul film, quando ho scoperto che non si trattava del frutto dell’ingegno italiano è subentrata un pizzico di delusione. Peccato davvero. Ma detto questo il film merita di essere visto e di entrare comunque nella lista dei prodotti più ‘originali’ e intensi usciti dalla nostrana, odierna, fabbrica del cinema. Per quanto adottato.

 

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