Allo Stones cafè arrivano anche The Tip. E arrivano da lontano, dal Tennessee, terra di whiskey. Terra che in nove lettere del nome raccoglie ben tre doppie, sorta di record lessicale mondiale. Arrivano dalla capitale dello stato, quella Nashville roccaforte del Country col quale la loro musica non ci azzecca per nulla.

Perché The Tip, in controtendenza con ciò che ci hanno sempre raccontato sulla musica che si a fa a Nashville per antonomasia, fanno tutt’altro genere di rumore: heavy, rabbioso, e spettacolare come si addice a tutte quelle band che hanno voglia di farsi strada nel mondo dello show.

Sono in quattro, due quali – il chitarrista Myles Baker e il bassista Robby Bote, quest’ultimo dal cognome probabilmente ‘contraffatto’ dato che si professa di origini praghesi – oltre i due metri. Si accontentano di sostare in zona 1.80 metri o giù (ma si direbbe su) di lì gli altri due, il cantante, seconda chitarra e armonica Benny Carl, e il fratello batterista Dixie Carl. Insomma, The Tip sembrano più una squadra di cestisti che una band di rock’n’roll. Una squadra di pallacanestro modello Harlem Globetrotters, casomai, dato che il piglio è quello del rock non solo a massimo volume ma anche ad alto tasso spettacolare.

Myles Baker

Il repertorio, oltre che di musica muscolare, è fatto di indumenti vistosissimi – destinati in parte a sparire in fretta per lasciare l’intera band, tranne il bassista, a torso nudo – e di tutti quei trucchi che fanno parte del mestiere e sono il succo della ‘filosofia’ hard’n’heavy, di quel rock statunitense che celebra il proprio perpetuarsi proprio su una certa liturgia fatta di volume spacca timpani, immagine kitsch, atteggiamento saturo di ammiccamenti tra il sexy e l’oltraggioso (ma più goliardico che irriverente).

Insomma, The Tip sono l’essenza di quel rock che si sublima on the road e sulla filosofia spicciola la cui parola d’ordine è ‘spensieratezza’. Nulla di male. Anche perché The Tip non pretendono si spacciarsi per quello che non sono: né messia né portatori di messaggi, quello che vogliono dal loro pubblico è che questi risponda alle sollecitazioni dei riff granitici, del cantante che incita a battere le mani e seguirlo nei brani sing-along, del saltare e dimenarsi dell’intera band.

Il secondo disco di The Tip

Il quartetto di Nashville si è formato nell’estate del 2014 e l’anno seguente ha pubblicato, autoproducendosi, il disco di debutto intitolato semplicemente The Tip. I quattro hanno cominciato a girare in lungo e in largo gli States iniziando a farsi notare fino ad aprire per nomi consolidati come  The Darkness, Buckcherry, Sebastian Bach, Geoff Tate’s Operation Mindcrime, The Last Vegas, o facendo parte del cartellone di festival come Rocklahoma.

Nel 2017 è arrivato Sailor’s Grave, il secondo disco, nel 2018 hanno preso parte alla Kid Rock Cruise scelti dallo stesso Kid Rock, e nel 2019 sono sbarcati per la prima volta in Europa per consegnare agli amanti del genere, in Francia, Germania, Belgio, Svezia, Inghilterra, Olanda, Italia la loro verace e vorace visione di rock stradaiolo.

Benny Carl

Che aspettarsi da un chitarrista di due metri con cappello bianco e piuma allegata, da un cantante con la Fender Flying V al collo che guizza come una anguilla e salta sui tavoli, da un batterista che ci pesta e fa roteare le bacchette come ai ‘bei vecchi tempi’ e fa il pagliaccio ogni volta che può, da un bassista che non è il più esuberante del gruppo ma prova a stare in scia ai compagni come meglio può? Quasi due ore di Hard rock a tutto volume, un rock blues azzeccato che stempera per un momento la corsa forsennata della band, una cover dei Rolling Stones, e uno show complessivamente ad alto tasso di divertimento: 50% artefatto – da bravi professionisti quali sono gli americani qualunque cosa facciano nel campo del entertainment –, 50% sincerità.

Anche se uno dei brani più apprezzati della sera, Ain’t Fakin It, professa: “What you see is what you get, no we ain’t fakin’ it”. Quello che vedete è ciò che avrete, non siamo finti. Verità parziale: ma questo non è politica, è rock’n’roll. E dunque va bene così.


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