Martedì 28 marzo scorso, il noto luminare Paolo Crepet ha parlato dei centri dove si gioca d’azzardo come luoghi di socializzazione. Lo stesso allora si può dire delle sedi del Klu Klux Clan. O del Partito Neonazista. Posti dove la gente sta insieme gioiosamente, si dà pacche sulle spalle, è invitata a salire su un palco a parlare. Mangia i pop corn dalla stesso bicchierone di cartone. Dopo avere poggiato coltelli e pistole e corde insaponate all’entrata. Si riprenderanno dopo. È sempre bello festeggiare un linciaggio insieme.
Un fine pensatore, il sociologo e psichiatra di casa anche in TV. Poi dice che studiare non conta.

Essendo molto meno colto di Paolo Crepet, io come luoghi di aggregazione, molto più banalmente, rimpiango i negozi di dischi. Che mi sembravano molto più sani e costruttivi delle sale da gioco. Oddio, guardando dal profilo economico, si può dire che molti di quelli come me nei negozi di dischi ci hanno lasciato una fortuna, forse anche più di quanto un giocatore compulsivo fa con le cosiddette macchinette.  Ma per lo meno quei dischi, a me e tanti altri melomani, ci hanno accompagnato per una vita. Ci hanno emozionato – in modo sano – e in molto casi continuano a farlo.
Qualcuno, poi, ha speso una fortuna ma col tempo ne ha guadagnate due: rivendendo vinili divenuti pezzi da collezione, ciascuno del valore di un Gronchi Rosa.

Il negozio di dischi era come la bottega di alimentari. Ogni quartiere ne aveva uno. Ci andavi per comprare i dischi, ma ci facevi sempre una visita, almeno una volta alla settimana come quando da bambino una volta alla settimana andavi a messa. Ci abbiamo fatto conoscenze e amicizie che sono durate una vita. Non dico la fidanzata perché le donne nei negozi di dischi, come ai concerti, scarseggiavano. Avevano un che di quei circoli per soli uomini – per nulla peccaminosi – descritti da Charles Dickens. Peccato.
In compenso le donne leggono molto di più degli uomini. Perché non ci abbiamo pensato, da ragazzi? La discoteca era costosa, le librerie gratis. Ma allora non conoscevamo le statistiche. Di nuovo peccato.

Nei negozi di dischi – cosiddetti indipendenti – abbiamo intrattenuto accese discussioni, chiacchierate amichevoli, scoperto idoli musicali, accettato e dato suggerimenti. All’interno del nostro negozio di dischi preferito, in genere poco più grande di un garage da non più di due auto, ci siamo sentiti meglio che a casa. Qualcuno ci ha trascorso più tempo che sui banchi di scuola.

Poi sono arrivati i megastore e i centri commerciali. Un altro mondo. Sul momento sono sembrati una grande cosa: mai visti tanti dischi stipati in un sol posto. Il Paese dei Balocchi in formato musicale. Ma le magagne sono presto venute presto a galla: la spersonalizzazione totale, addetti senza una vera bruciante passione, catalogo standard. Non botteghe ma factory del disco, sempre più fisicamente e idealmente vicine all’industria discografica del tutto cambiata e in mano ai manager. Lì dento ci avrai fatto qualche affare, ma non hai mai trovato un amico. Tanto meno un commesso che lo sia diventato.
L’occasione fa l’uomo consumatore. Ho dunque sono. Sono a occhi aperti.

Fra pochi giorni che attendo con trepidazione – il 22 aprile 2017 – si rinnoverà il piccolo rito del Record Store Day. Io ne scrivo in anticipo: al momento opportuno nessuno si metterebbe a leggere le mi elucubrazioni. Paolo Crepet dirà qualcosa di nuovo che offrirà di che profondamente dibattere. Magari proprio sui dischi.

Ci aprirà gli occhi sul fatto che collezionare vinili e CD fa male allo sviluppo del feto e non è bene che una donna incinta viva con un uomo che se ne sta rinchiuso in casa ad ascoltare musica con le cuffie, nel suo mondo privato e illusorio, quando potrebbe passare la serata al centro scommesse, dove ci sono le slot, e sondare insieme agli amici quale potrebbe essere un bel nome per il nascituro.  Magari metterci pure su 10 euro. Se sarà un maschio o una bimba.

Forse ci dirà che il Record Store Day distrae i giovani da pratiche salutari come fare jogging all’aria aperta. Secondo le statistiche, in Italia la percentuale degli obesi si avvicina al 11%. Ma per colpa del Record Store Day, nel giro di 5 anni, potrebbero raddoppiare. Pare che ora dai dischi di rock, ascoltati al contrario, i messaggi non siano più satanici ma istigazioni a consumare junk food e bibite gassate. Si dice che i più importanti studi di registrazione siano stati acquistati, in silenzio, da Coca Cola, Nestlé e Amica Chips. Lo dice uno studio di Paolo Crepet che non è ancora stato reso noto.  Aspetta di essere chiamato a Rai 1 TV. Forse il 21 aprile. In tempo per aprire gli occhi a qualcuno e salvarlo.

Ma scrivevo che io affronto il Record Store Day in anticipo perché il 22 aprile – ma anche il giorno prima e quello dopo – i potenti apparati dell’informazione – piccoli o grandi che che siano, cartacei o virtuali, comunque potenti – renderanno noto il loro autentico sapere. Per fare sentire la mia flebile voce, io posso solo tentare la ‘mandrakata’, giocarmela – a proposito e un po’ scorrettamente – con largo anticipo.

 

Fine della prima parte – Vai alla seconda.

(Visited 86 times, 1 visits today)
Please follow and like us:
RSS
Follow by Email
Facebook0
Facebook
Pinterest0
LinkedIn
Instagram20