Global Book Cover Global
Todd Rundgren
Pop, Rock
7 4 2015
UK, USA
Esoteric Antenna - EANTCD 1047

 

Dovrebbe essere il ventiquattresimo disco di studio per Todd Rundgren. Tutto sommato, per un quasi settantenne nemmeno tanti. C’è anche chi dice che sia il 25°, e sinceramente saltarne fuori non è facile: perché tra registrazioni di studio, dal vivo, antologie, raccolte di inediti & curiosità, dischi con Nazz & Utopia, altri titoli indecifrabili, e il lavoro compiuto da produttore, ne viene fuori una lista da fare venire il mal di testa a Pico Della Mirandola. Non importa, chiamiamolo semplicemente Global e ci mettiamo al sicuro.

Il bello di essere agée nelle condizioni di Rundgren – col serbatoio pieno di talento, esperienze e denaro – è che ti puoi permettere di fare musica senza altro scopo che trarne piacere. Si intuisce sin dalla copertina. L’idea che offre Global è questa: un disco fatto per il gusto di fare, senza l’assillo di vendere, di piacere ai fan e tanto meno alla critica. La condizione ideale.  Se poi sei Todd Rundgren, che Mamma Natura ha dotato al punto di farne un mostro parte super-musicista, parte iper-produttore, parte eccelso-songwriter, allora dopo 24 o 25 dischi ci si può ancora divertire, lui e noi insieme.

Global è in gran parte realizzato al computer, con sintetizzatori e suoni spettacolari, e il titolare – ma non è una novità – che fa quasi tutto da solo. La  voce ha perso di smalto, naturale, ma la capacità di scrivere canzoni che hanno musica di buon livello e parole che non vinceranno il Nobel ma non sono buttate lì a caso, anzi parlano di femminismo, di spinta al risveglio delle coscienze, della situazione di quasi non ritorno nella quale stiamo affogando, mischiando satira e appelli all’azione, non è andata esaurita.

Q non è stato tenerissimo e scrive che “(…) Global suggerisce che l’uomo più duramente impegnato nel pop sperimentale ha bisogno di riposare”, mentre Mojo asserisce che “quello che manca, comunque, è la qualità del songwriting nel suo migliore disco dai ‘70s”. Ma a sentire Rise, preziosa gemma electro pop, l’intima Blind che prende fuoco grazie al solo di sax di Bobby Strickland, Soothe quasi esclusivamente tastiere e voce, e Terra Firma e Fate, con melodie di strofa e ritornello di fronte alle quali è difficile restare indifferenti, non si direbbe.

Evrybody (rock anthem con chitarre e organo vintage), Flesh & Blood, Holyland, Earth Mother (ospiti Rachel Haden – figlia di Charlie –, Jill Sobule e la bassista prodigio Tal Wilkenfeld) , Global Nation (sorta di Relax dei FGTH con allegato messaggio hippie), e Skycraper alzano il ritmo sfiorando, o centrando talvolta in pieno, il cliché dance, ma non per questo c’è da tapparsi le orecchie.

Per che nutrisse dubbi, l’ultimo, accorato, brano che ha il sapore delle cose dei migliori giorni di Utopia, getta luce sulla vera anima di un disco multiforme, This Island Earth (anche titolo originale di Cittadino dello spazio, libro del 1952 e film del 1955) che canta così:

There are no aliens looking to take over this island Earth
We are the only ones to blame for what becomes of this island Earth
Because the garden world where we used to thrive
Will be a place where nothing living survives
And we finally realize we must strive to save this island Earth.

Le ultime parole “We behave like we’re not of this world/We turn the garden of eden to hell/Where is the love/For this island Earth?/For this island Earth?” si spengono sul suono di un segnale acustico, come un S.O.S. lanciato nel cosmo. Ma non ci sono alieni pronti a prendere il nostro posto. O aiutarci. Ci siamo solo noi. Specie autodistruttiva. E il segnale, crepitando, va affievolendosi fino a scomparire. Struggente.

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