Tre manifesti a Ebbing, Missouri Book Cover Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Drammatico, poliziesco
Martin McDonagh
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Caleb Landry Jones, John Hawkes, Lucas Hedges, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Samara Weaving, Clarke Peters, Darrell Britt-Gibson, Jerome Kathryn Newton
Carter Burwell
11 1 2018
USA, UK
115’
25 1 2018, cinema Astra

 

Fino a oggi, partendo e finendo in ordine alfabetico dagli Australian Academy of Cinema and Television Arts Awards per arrivare al Women Film Critics Circle, Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha totalizzato 66 premi. Ma ci sono altre nomination in attesa di risoluzione, ultime – ma non solo – quelle per la corsa agli Oscar: per il miglior film, migliore attore, migliore attore non protagonista, migliore sceneggiatura originale, migliore colonna sonora, migliore editing. Il bottino incrementerà.

Per quanto riguarda i premi della Academy io punterei sulla sceneggiatura e su Sam Rockwell. Ma se vince Rockwell, che fa il poliziotto ottuso brutale e mammone, un pezzetto di statuetta dovrà darlo a Woodrow – detto Woody – Harrelson, magari la testa, che sembra proprio la miniaturizzazione del capoccione dell'attorone, quel testone spelacchiato sul quale durante la recitazione si gonfiano le vene come il greto di un fiume in piena. E un pezzetto andrà passato a Frances McDormand. Ma lo stesso dovrebbero fare quest’ultima o Harrelson – anch’egli candidato come attore non protagonista –, nel caso la spuntasse uno di loro, rispetto agli altri due. Se un Oscar sarà di un attore andrà considerato, in virtù di un magnifico gioco di squadra, uno e trino.

Insomma, se a un film la cui narrazione fila come un treno a levitazione magnetica giapponese aggiungete tre attori come questi, con queste facce, americani ma anti-hollywoodiani ‘per natura’, come si fa a non mettere Tre manifesti a Ebbing, Missouri nella lista dei tuoi preferiti (da tantissimi anni)?

 

Dio, ora che finalmente ho capito cosa voglio fare da grande, ascoltami, aiutami”. Mi guardo attorno, la gente mi scruta in modo strano. Che diamine, Dio può leggere nel pensiero. Posso continuare silenziosamente. Voglio scrivere una sceneggiatura come quella di Martin McDonagh. Una sola, dopodiché Signore puoi prendere la mia anima, subito dopo avere messo il punto finale. Non chiedo di più. E in verità puoi anche scaricarmi in Purgatorio. La mia pratica non è delle migliori, lo so. Capirei.

Woody Harrelson, Frances McDormand

Nel frattempo, in attesa di un segno, rimando a memoria Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Il voto che vorrei dare a questo sorprendente lavoro è 4,5. Ma poiché con questo sistema di votazione non si riesce a dare il mezzo punto gli darò 5. Traguardo da capolavoro. Che in fin dei conti merita anche se non universalmente riconosciuto, perché dal punto di vista del cinefilo à la page, quello che ama il cinema europeo e/o esotico borderline, meglio se lagnoso e deprimente, molto meglio se utile a macerare dentro e triturare gli attributi fuori, Martin McDonagh col piede sull’acceleratore avrebbe dovuto essere più cauto.

Frances McDormand

Invece no, sempre spinto a tavoletta, benché non si tratti di semplice action, anzi. A dire il vero il territorio sul quale il regista/sceneggiatore scorrazza in lungo e in largo è quello della geografia dei sentimenti: una mappa sterminata che va dalla depressione alla rabbia, dal senso di colpa a  quello di vendetta, dalla compassione e in su e giù fino alla speranza.  Nel dramma d’autore europeo/asiatico/medio orientale il ritmo è lento, flemmatico, oneroso. Qua invece siamo in piena America ‘viscerale’, al centro di quella fascia opaca degli Stati Uniti dove il tempo si è fermato, il razzismo una pianta che non si sradica ma si annaffia, dove un distintivo e una divisa ti concedono ogni sopruso.

Sam Rockwell, Frances McDormand

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una girandola di avvenimenti, un roller coaster di emozioni senza sosta. Colpi di scena, battute, una situazione tragica che si alterna alla commedia, si susseguono a ritmo vertiginoso. Non appena una sequenza sta per giungere alla conclusione già ti chiedi che accadrà dopo. Impaziente. Per fare un paragone musicale, si potrebbe dire che il film di McDonagh è di genere Progressive (rock). Nel quale per la buona riuscita entra in gioco anche la “tecnica strumentale”, cioè la bravura degli attori come già detto.

Peter Dinklage, Frances McDormand

Ma nel recente lavoro dell’autore dell’apprezzato In Bruges c’è tanta ‘azione’ quanta sostanza, tanti spunti di riflessione quanti sono gli improperi che volano. Mildred Hayes è una donna forte – obbligata a diventarlo – che è il prodotto, non esente da storture, di un mondo che ha perso ogni tipo di sano valore anche in provincia. Mildred assesta sganassoni a chi si frappone tra lei e la sua ricerca della verità, ma tira anche calci – simbolici ma violentissimi – nel basso ventre dell’ipocrisia clericale e di altre istituzioni in caduta libera, legge compresa.

Perché Mildred è una donna coraggiosa ma disperata: che nutre complessi di colpa per la scomparsa della figlia, che non si è del tutto gettato alle spalle un matrimonio fallito malamente, che ha un rapporto conflittuale col figlio che le è rimasto. Che vive sulla sua pelle lo sciacallaggio dei media e l’ostracismo di una comunità bigotta che preferisce l’oblio a dolorosi risvegli dal torpore.

Frances McDormand

Tre manifesti a Ebbing, Missouri offre tanto da ruminare, una volta usciti dal cinema. Mentre in sala fa commuovere e sa fare ridere, grazie a un meccanismo perfetto che passa dal registro del dramma alla commedia senza un cigolio.

E non importa se a un certo punto, sullo sfondo, si materializza il fantasma di La calda notte dell’ispettore Tibbs, o perfino di La promessa (di Sean Penn, con Jack Nicholson, da una sceneggiatura/libro di Friedrich Dürrenmatt): forse un tributo, comunque sia un piccolo plagio, o un espediente che non si deve neppure pensare si poteva mettere da parte. Questo è un castello di carte al quale non si può togliere un solo pezzo. Altrimenti rischierebbe di crollare?  No, perché così bene riuscito com’è non si trova il coraggio di ritoccarlo.

Woody Harrelson, Sam Rockwell

Il film di McDonagh ha perfino i risvolti del racconto di formazione, considerata la parabola dell’agente Jason Dixon, e della stessa Mildred, che partiranno insieme per una spedizione punitiva che finirà per sfociare in un messaggio di speranza. On the road, perché è così che il film americano entra nella leggenda. A cavallo oppure on the road, per mezzo di un cavallo di latta a quattro ruote.

 

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