Disappointment island Book Cover Disappointment island
TTNG
Math rock
8 7 2016
UK
Sargent House - sh 157

 

Sono alfieri del Math rock e si fanno chiamare TTNG – acronimo che sta per This Town Needs Guns – che sembra una formula chimica. A Prog, la rivista inglese, hanno dichiarato che “alcune parti di questo album sono in 22 ½ /8!”. Caspita. Con queste premesse mettono soggezione. Riuscirò a capirci qualcosa? Poi parte la musica e senti queste chitarre che fanno plin-plin, una voce zuccherina e lamentosa indecisa sul percorso da intraprendere, o incapace di farlo, una batteria che va bene, ci mette del suo, ma rientra nella media di un percussionista di buon livello.

Quando ti parlano di Math rock resti a bocca aperta, ti fai l’idea di avere a che fare con mostri che possono fare ciò che faceva la prima generazione di Prog rocker, quella tacciata di essere troppo tecnica, con una mano legata dietro la schiena. Ma i TNNG di mostruoso non hanno nulla: né ipertrofica tecnica, né inventiva, né tantomeno la dote che più conta per fare arte, numeri e formule o meno: il feeling. Nella routine dei tour, dopo il concerto i Keith Moon e i Lemmy – per dire due nomi a caso - si scolavano fiumi di alcolici e birra, poi salivano in camera con 4 ragazze e spaccavano tutto. Questi ti danno l’idea di bere acqua San Benedetto, ritirarsi in camera a fare il Sudoku e puntare la sveglia per le 7 del mattino.

Dopo innumerevoli ascolti, l’unica cosa di Disappointment island che ricordo con piacere è la copertina. Il resto scorre senza lasciare traccia. Brandelli di melodia dettati da accordi quasi costantemente in arpeggio, ritmiche che provano a mischiare le carte, saltando avanti e indietro nel tempo – da certa New Wave che di tecnico aveva ben poco (qualcuno ha scomodato gli XTC: io direi i quasi sgraziati primissimi, sentire per credere l’incipit di Destroy The Tabernacle!) a certo odierno rock tout court che nessuno si sognerebbe di chiamare Math rock se una band non partisse già targata –, ma nulla di memorabile. Né per complessità, né per senso armonico. Qui c’è lo scheletro della musica. Mancano la carne, il sangue, gli organi.

Cito per dovere di cronaca, e perché qualcosa all'interno del disco, su uno sfondo generalmente monocorde, si muove, Whatever, Whenever e Sponkulus Nodge, ma soprattutto Consoling Ghost, un brano dove Chris, alla batteria, che da ragazzino ascoltava King Crimson e Yes, Tim Collis, alla chitarra, e Henry Tremain voce e basso, danno l’idea di avere un disegno comune e di avere capito, tecnica a parte, in cosa consiste l’anima di una canzone.

Paradossale che in un tempo dove grandi matematici divulgatori riescono a rendere attrattiva la matematica, una volta ritenuta materia per secchioni irrecuperabili alla vita, ci sia chi si affanna per tramutare la musica in qualcosa di altrettanto noioso e sterile quanto la matematica era ai nostri occhi di prevenuti scolari.

E se questo genere diventasse la musica di punta del futuro, quella di cui non si può fare a meno? Dovrò rassegnarmi a prendere di ripetizioni di Math rock.

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