In un acquario frequentato da squali e altre specie letali – del tipo procuratori, direttori sportivi e intrallazzoni vari – Gigi Simoni pareva Nemo, il pesciolino Disney/Pixar. Modesto, simpatico, dotato di grande carica umana. Elegante. Mai sopra le righe. Educato: pensate che a Ceccarini, l’infausto arbitro di Juventus-Inter del 26 aprile 1998, la partita passata alla storia per il fallo su Ronaldo che avrebbe fischiato anche Omero, l’allenatore della Beneamata, fuori dai gangheri – quando chiunque altro al suo posto avrebbe sbottato scegliendo tra un ventaglio di contumelie che poteva andare da “figlio di…” a “testa di…”, o in maniera più pop “pezzo di me” – Gigi Simoni al massimo della collera si rivolse al dodicesimo bianconero in campo col fischietto dicendogli “si vergogni”. Roba che nemmeno Totò.

Gigi Simoni aveva tutto il corredo della persona perbene. Uno sguardo mite e modi di fare che con l’esasperazione del calcio non avevano nulla da spartire. Non dirò che pareva un buon padre di famiglia perché si tratta di un luogo comune abusato e perché nessun allenatore merita di essere sdilinquito a questo modo: in una squadra di calcio deve vigere un assetto gerarchico. L’allenatore non può essere tuo padre o tuo pari, ma il tuo generale. In campo si va alla guerra. Delimitata da regole e non cruenta fino alla sopraffazione fisica, vero. Ma la filosofia deve essere quella. O vittoria o morte (simbolica).

Gigi Simoni è l’allenatore dell’Inter del migliore dei migliori Ronaldo. L’unico, vero, Ronaldo. Gli altri a seguire sono stati Ronaldhino, l’attuale Ronaldetto, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Il migliore calciatore che abbia mai visto in vita mia. Non un fenomeno, ma “Il” Fenomeno. Per dirla tutta, un marziano. Sottratto in modo fraudolento dello scudetto, Gigi Simoni condusse l’Inter al trionfo del Parco dei Principi sulla Lazio – e che Lazio!: Marchegiani, Favalli, Nesta, Nedved, Yugovic, Casiraghi, Mancini… – nella finale di Coppa Uefa del 6 maggio 1998: Faccia-da-indio-Zamorano che si infila tra le linee e beffa Marchegiani con un tocco felpato di esterno destro; El Tractor Zanetti che quando ancora in zona Versailles spara un razzo terra-aria telecomandato che prende residenza nel sette alle spalle del portiere laziale; e la ciliegina di Ronaldo che a passo di danza scarta anche l’estremo difensore avversario: 3 a zero a tinte nerazzurre e una sequenza che se fosse stata fiction, girata da un cineasta, oltre la coppa avrebbe vinto anche l’Oscar. Arte. Lo sport calcio si ferma un po’ prima.

Nonostante la vittoriosa campagna d’Europa, Massimo Moratti licenzierà Simoni per fare posto, l’anno dopo, a Lippi. Chi, Claudio il presentatore TV? Visti i risultati verrebbe da dire di sì. Ma purtroppo si trattava di Marcello (che contro quella Lazio perse Coppa Italia e Supercoppa). Claudio Lippi ci avrebbe fatto divertire di più, noi interisti.

L’allontanamento di Simoni è la più grande macchia di Massimo Moratti nelle vesti di presidente dell’Inter. L’allenatore di Crevalcore – sulla Bazzanese tra Modena e Bologna, ci sono passato centinaia di volte – aveva tutte le qualità e la squadra – poi indebolita dall’ex juventino che fece vendere Diego Simeone, Gianluca Pagliuca, Roby Baggio, giusto per fare la tara della sua sapienza – per continuare a vincere.

Suonerò blasfemo, ma essendo un romantico personalmente sono più affezionato a Simoni che a Mou. Il portoghese è stato impareggiabile stratega e condottiero di rara abilità. Personalità quasi inarrivabile, forse unica, ci ha infiammato e fatto gioire in modo indimenticabile. Ha reso iI Meazza caput mundi, come Cesare fece con Roma. E forse se l’imperatore non fosse stato ucciso a tradimento la capitale sarebbe ancora al centro del mondo civile. Elvis Presley avrebbe cantato in latino e suonato la cetra. E Lippi l’avrebbero dato in pasto ai leoni allo stadio tra un tempo e l’altro, così da divertire almeno per una volta gli spettatori.
Allo stesso modo in cui Mou avrebbe potuto tenere l’Inter al vertice del calcio ancora a lungo. Ma non era ancora finita la luna di miele che già flirtava con un’altra. Simpatica canaglia. Simoni invece era l’uomo che non avrebbe mai tradito. Trasparente. Sincero. Fedele. E nessuno potrà mai dimostrare che anche lui – se il presidente ci avesse creduto – non avrebbe portato a Milano la coppa dalle grandi orecchie.

Ti ricorderemo con affetto, Gigi Simoni: due anni intensi all’Inter, vincitore della Coppa Uefa del 1998 e dello scudetto del 1997/’98. Gli almanacchi non lo assegnano all’Inter, e va bene. Ma gli annuari registrano aridi dati, non raccontano gli avvenimenti, le storie che li hanno determinati, i perché.
Quel tricolore è tuo, Gigi. Lo sanno anche lassù. Te lo cuciranno sul petto.


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