Una storia senza nome Book Cover Una storia senza nome
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Roberto Andò
Roberto Andò, Angelo Pasquini con la collaborazione di Giacomo Bendotti
Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Jerzy Skolimowski, Antonio Catania, Gaetano Bruno, Marco Foschi, Martina Pensa, Renato Scarpa, Silvia Calderoni, Alessandro Gassmann
Marco Betta
20 9 2018
Italia, Francia
110’’
20 9 2018, cinema Raffaello, sala 3

 

Un film indecifrabile, se non indisponente, per quanto è fumoso e confusionario. Messo insieme con una serie di tagli di carne cinematografica rubacchiati qui e là e cucinati come un piatto che dopo un paio di bocconi viene voglia di alzarsi e andarsene. Tanto il conto lo avete pagato al momento di entrare.

Messo nelle mani dei fratelli Coen questo deludente guazzabuglio avrebbe forse potuto sortire qualcosa di geniale, come nelle loro capacità. Ma Roberto Andò – ahilui, ahinoi – dei due americani non è neppure lontanissimo parente.

 

Micaela Ramazzotti

Ci sono Alessandro Gassman-Gasmann, Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Renato Carpintieri. Anche il regista beniamino della critica ma dal cognome perfetto per una marca di vodka, Jerzy Skolimowski: alla direzione, nel 1978, del bel L’australiano: titolo caro agli amanti del Prog rock poiché la colonna sonora è cosa di Tony Banks e Mike Rutherford dei Genesis. I titoli inoltre sottolineano come Una storia senza nome sia un film finanziato dalla Stato, insomma ritenuto opera di valore artistico o qualcosa di simile. Pensate che qualcuno abbia il coraggio di stroncare un’opera così inetta ma ricca di stelle, e dunque di inimicarsi una buona fetta di potentato dell’odierna cinematografia nostrana?

Laura Morante

Giammai. Una storia senza nome ma soprattutto, come l’uomo di Musil, senza qualità. Un film che ha la presa, sullo spettatore tenuto sveglio da un caffè, di una ventosa comprata al Ni Hao per una monetina da 50 centesimi. Potete farci sputare sopra da un rospo e poi fissarla alla più lucida piastrella, la ventosa dopo meno di cinque minuti sarà al suolo con quello che ci avevate appeso (le aspettative di vedere tutt’altro genere di film comprese). Un film che non è una commedia, non è un dramma, non è un thriller, non è un noir, non è il “tratto da una storia vera” benché Wikipedia affermi molto di più.

Micaela Ramazzotti, Alessandro Gasmann

Ma a ben pensarci il film non è meno di tutto questo: una commedia più patetica che comica, un ridicolo dramma, una storia gialla senza suspence, una noir privo di tensione, un rompicapo che mette a dura prova la voglia matta di scappare di corsa dalla sala. Un film che quando si incaglia non trova di meglio che aggrapparsi al più becero degli escamotage, tipico di Beautiful: la protagonista viene a conoscenza dei peggio segreti dei peggio criminali che si raccontano le peggio nefandezze origliando attraverso una porta lasciata bene aperta. Almeno un paio di volte. Insomma, mafiosi e criminali patentati che rubano un capolavoro dell’arte di tutti i tempi per patteggiare addirittura con lo Stato l’allentamento del 41-bis (l’articolo che sta alla base del cosiddetto “carcere duro”), capaci di uccidere con nonchalance un paludato critico britannico, che a conti fatti non sarebbero presi seriamente neppure dal commissario Lo Gatto.

Una tale accozzaglia di personaggi così incapaci e improbabili, ma soprattutto così poco (cinematograficamente) plausibili, che volerne fare il puntello di una vicenda che tira in ballo la scomparsa della Natività di Caravaggio, in questo modo così arruffone e maldestramente compiaciuto – ancora la stropicciatissima menata del metacinema che cita sé stesso: Gassmann che farfuglia battute da La grande guerra che sono quelle del ‘gigantesco’ Gasman padre, o il finale dal film nel film che più o meno è stata materia perfino di Totò – è come fare mangiare il capolavoro di Michelangelo Merisi dai porci una seconda volta, ammesso che sia andata così come raccontato dal pentito Spatuzza. Quasi irritante. Anzi, totalmente irritante.

Micaela Ramazzotti, Renato Carpintieri

Ma listati gli attori italiani che fanno rimpiangere l’ultimo dei caratteristi statunitensi – risalta in particolare la Ramazzotti in perenne modalità sussurro da pornostar, talmente efficace che la Morante, come sempre di gran lunga più bella che brava, al confronto sembra a tratti in grado di recitare – vediamo chi sono i protagonisti che, incapaci di dare un nome a questa storia, sarebbe stato gratificante gli avessero dato (cast & produzione) almeno un benché minimo costrutto: Valeria (Micaela Ramazzotti) è una segretaria di produzione che scrive le sceneggiature per l’ex fidanzato che non solo è una nullità professionalmente, ma umanamente non vale di più: è pure fedifrago, lo è stato e probabilmente sempre lo sarà. (Basta il ‘coraggioso’ ed estemporaneo momento nel quale, malmenato dai mafiosi, si mette in bocca l’epocale battuta del soldato Giovanni Busacca interrogato dai tedeschi – “Mi te disi propi un bel nient! Hai capito? Facia de merda!” – per farne un uomo migliore?). Ma Valeria, e qui ci sarebbe da lavorare sodo per le femministe, non solo scrive per lui senza prendersi alcun merito, ma alla fine del film torna pure tra le sue braccia. Amalia (la Morante) è la mamma che scrive discorsi per un ministro amico, alquanto goffo e pasticcione però onesto, e questo può bastare, almeno per Andò.

Silvia Calderoni, Micaela Ramazzotti

Poi arrivano i mafiosi che sono anche più maldestri e caricaturali, i politici corrotti che hanno lo spessore del Filini di Fantozzi, un hacker che dovrebbe scovare la talpa ma al cui cospetto entrambi i succitati ragionieri appaiono come geni della fisica quantistica (la scena della seduzione da parte di Valeria è degna di un eventuale, prossimo Vacanze a Fiesole made in Neri Parenti); infine il super-poliziotto in pensione, un look e un fisico da testimonial per gli squacqueroni di Nonno Nanni, che tutto da solo fa quello che nemmeno una centuria di James Bond riuscirebbe. Nonostante sia forte la sensazione che tali mafiosi, così naif, al limite della macchietta, o forse oltre, basterebbero l’orso Yoghi e Bubu per mandarne all’aria l’intero mandamento.

Gaetano Bruno e comparse

Ma l’importante è raccontare alla gente, gli imbonitori e i persuasori più o meno occulti, gli intenditori da strapazzo e i marchettari di professione, che questo è un grande film, autoriale. Che si tratta, come scrive uno stimato sito web, di “un affettuoso omaggio al cinema e alla sua capacità di reiventare la realtà”. Parli a come basa, sa? Capace di reinventare la realtà sarà lei: Kubrick, Spielberg, Scott, Ford, Eastwood e cento e cento altri. Roberto Andò, ma non trovò nulla di buono col quale mettere insieme un film decente. Altro che reinventare la realtà. Qui si mortifica la fantasia.

Roberto Andò

Dopo Dogman, un lungo passo avanti per il cinema italiano, abbindolato dai giudizi mi aspettavo ben altro, non certo due passi indietro. Se fate un salto su Wikipedia e cercate la voce che racconta della Natività, la frase che chiude la pagina è questa: “La storia del furto è raccontata nel film del 2018 Una storia senza nome di Roberto Andò”. La prova inconfutabile che (anche) Wikipedia scrive (anche) stupidaggini colossali. E spara fregnacce senza avere messo naso nella materia della quale parla. Per sentito dire, per parafrasi. Se andate al cinema per vedere “la storia del furto” della natività – l’idea sbagliata che mi ero fatto – meglio che entrate a vedere The Equalizer 2, forse è più attinente. Meno, è impossibile. Di sicuro troverete i morti ammazzati che promette la produzione e chi ne parla: evviva l’onestà e la trasparenza di intenti.

“Un affettuoso omaggio”? No. Un costoso – 8,5o euro – scippo. Ridateci i soldi, Sordi, l’unico vero Gassman con una sola ‘n’ e Silvana Mangano. Per non parlare di Monicelli. Non c’è un medium capace di riportarceli indietro, anche a tempo determinato? Quanto basta per fare un ultimo film insieme…

 

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