Ai miei occhi, ma soprattutto alle mie orecchie, Giovanna Botteri resta uno dei più grandi misteri della RAI e del giornalismo italiano. Ha un primato imbattibile: nel lungo periodo attorno al quale ruotò e si parlò della morte di Michael Jackson, lei – credo unica al mondo – continuò a chiamarlo “Maichel Gecson”. Provate a pronunciarlo così, e sentirete l’effetto che fa: “Maichel” è dirompente. Ma la pronuncia di Giovanna Botteri è sempre stata dello stesso tenore. E non registra progressi.

Botteri

La scorsa settimana, quando montava il caso Patricia, l’uragano che nelle previsioni avrebbe dovuto spazzare il Messico dalle carte geografiche, la giornalista ha insistito a chiamare il terrificante prodigio della natura semplicemente “Patricia”, all’italiana, all’amatriciana, così com’è scritto. Il fatto è che la Botteri non trasmette dagli studi RAI di Roma, Milano o Bologna, ma da New York. Città nella quale staziona da tempo immemore. Pare che l’abbiamo mandata in trasferta via mare, non perché alla RAI siano taccagni – gli sprechi non si contano, in linea con tutto il resto dell’amministrazione pubblica – ma semplicemente perché l’aviazione ancora non esisteva. La nave sulla quale l’hanno imbarcata era la Santa Maria, l’anno il 1492. O giù di lì.

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Quando mia nonna aveva 80 anni, e credo la licenza elementare o poco più, se le avessi fatto sentire “Patricia”, meno di tre minuti cantati da Perry Como, dopo i primi 40 secondi nei quali il nome di Patricia viene ripetuto quattro volte, nonna Maria avrebbe imparato l’esatta, semplice, e corretta pronuncia: Patriscia. Giovanna Botteri no. Forse perché a New York la tengono segregata in studio, e le permettono di ascoltare e vedere solo programmi RAI e telefonare a casa, in Italia. Forse perché prima di partire per gli USA si era iscritta a un corso di Cinese. Del resto Colombo sul territorio americano è sbarcato per sbaglio, era alla ricerca delle Indie. Non trovo altra spiegazione. Viene il sospetto che se qualcuno, impietosito per la triste sorte della Botteri, per darle una mano con l’inglese, oltre che per renderle più umano il periodo in ‘studio di isolamento’, fosse riuscito a farle giungere un brano musicale nascosto tra le vivande, o nella coperta per scaldare le gambe, nella torta di arance o tra le pagine scavate della Bibbia dei Mormoni, quello sarebbe stato il “Patricia” dei primi Genesis. Tre minuti e 5 secondi di musica. Nessuno che pronuncia il nome di Patricia. Proprio sfortunata, la povera Botteri. Con buona pace di Maichel Gecson e di mia nonna che forse ora frequentano la stessa sala Bingo, lassù da qualche parte, in cielo.

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