Sono in un bel locale, accogliente, caldo, c’è buona musica. Cibo ricercato, sembra. Bottiglie di vino costose sui tavoli che si innalzano come le torri delle famiglie che nel medioevo erano simbolo di ricchezza e potere, questa città lo sa. Gente di ceto e fascia d’età medio-alti dalle tasche capienti, anche se non mancano i più giovani. I ragazzi che servono a razzo, piatti in mano e coltello – metaforicamente – tra i denti, ricordano la scuola dei gladiatori di Proximo, dal pluripremiato Il Gladiatore, ce ne sono di tutte le etnie: dai diversamente settentrionali – bisogna stare attenti oggi, ad affibbiare aggettivi sul colore della pelle o la terra di provenienza – agli asiatici. Uno di questi ultimi compare in sala a intervalli regolari, sostenendo con entrambe le mani una cassetta ricolma di bicchieri/stoviglie/piatti e chiedendo con espressione di marmo, per passare tra gli astanti salvando il prezioso carico, scusa”. 

Temo fortemente che ci sia un sottotesto da interpretare, in quella parola, in tale contesto, ma da tempo immemore questo ragazzo è la sola persona dalla cui bocca ho sentito uscire una richiesta di permesso per passare.

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C’è una bella donna seduta a un tavolo che non sorride mai. Nemmeno alla cassa, quando il compagno paga per tutti e due. E un’altra che con quello che ha speso per lacca e rossetto ci si potrebbe mettere in piedi una scuola in Mozambico per 100 bambini. Compresa la fornitura di carta igienica per un anno che nelle scuole italiane manca, la portano i genitori. Immagino il primo giorno di scuola: “Bambini, scriviamo una lettera di ringraziamento a Miss L’Oreal, obbligata a letto per due giorni da un virus intestinale, la qual cosa ha permesso di avviarvi all’educazione scolastica”. C’è ne una terza, tra le tante, che si nota, anch’ella sembra di casa, ma all’opposto della prima è tutta una risata. Sembra un dispenser: una monetina 10 risate, con la possibilità di sceglierne l’intensità: generosa, isterica, sguaiata. Non si risparmia, ce n’è per tutti quelli che si intrattengono. Ci sono presenze di spicco anche tra gli uomini. L’ultracinquantenne vestito come ne avesse la metà che ce la mette tutta per dimostrare quanto si diverta a fare il mezzo-uomo (il giovane, intendo, nessuna allusione di altro genere) che non vuole invecchiare, il tamarro pluritatuato e con barba da hipster, ma su tutti un azzimato ed emaciato signore che prova a vestire nuovi panni per l’inventore di The Factory. Più che Andy Warhol, Daddy Warhol, o addirittura Grandaddy Warhol per evidenti questioni anagrafiche.

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È tardi. Un orario che darebbe qualche problema anche a un vampiro. Me ne esco. Fa freddo. Ma in  giro c’è ancora gente. Per tornare all’automobile non faccio il percorso più breve, ma quello che meglio conosco, per non perdermi. Bologna mi piace, mi piaceva di più, la frequento quando posso ma non la conosco a menadito. Incrocio persone singole, poi una manciata di altri in piccole compagnie a più riprese, infine un gruppo di imbecilli che intonano cori da stadio. Si sentono forti, guasconi, ribelli. Ribelli al buon gusto. Oltre le vetrine, nei budelli tortuosi del centro storico, nei locali dove si beve e si mangia, ci sono ancora presenze indecifrabili, luci soffuse, si sentono voci, dalle bocche scappano volute di fumo che volteggiano oltre le tende. Quando finisco di percorrere i rivoli antichi e mi immetto nel flusso della città dal make-up moderno, prevalgono le rutilanti luci al neon, le vetrate trasparenti ed enormi come onde per farci il surf, che non fanno che aggiungere freddo su freddo, dei franchising impersonali, famosi, quelli che la gente ama di più, di abbigliamento, scarpe e del ciarpame più vario. Le insegne degli hotel prestigiosi, gigantesche, si aggrappano come King Kong a edifici antichi che sembrano non volerne sapere dell’abbraccio bestiale. Ci sono tassisti fermi con il motore dell’automobile acceso. Non sopporto davvero chi lo fa, tassisti o no, ma in questo caso li giustifico, si trema.

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Giro un angolo, il vento taglia la faccia, attraverso una strada buia come un abisso. Sono sotto al portico che porta al Mambo. A pochi metri dall’entrata si distingue un corpo disteso, approssimato al muro dell’edificio. Non è un barbone, ora i barboni sono gli hipster, gente figa. Questo è un senza tetto. Sembra una istallazione. Per un momento ci ho pensato. Vuoi vedere che qualche geniaccio, uno della congrega dell’arte moderna, concettuale, che quasi totalmente disconosco in verità, si è inventato una cosa del genere? Con una mostra che inizia all’interno del museo, e finisce fuori con la deposizione di un manichino che sembra un reietto… Una provocazione! Bello. Invece no. Si tratta di un vero poveraccio. Non c’è finzione, solo cruda verità. Non una rappresentazione, ma una testimonianza della non-vita notturna di Bologna “la dotta”.

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Che colpe ha quest’uomo? Non aiutatemi, lo so. Io mi tengo aggiornato: manca di ottimismo, chiaro come il sole. Lo dicono gli statisti tutte le volte che si affacciano al pulpito. E poi basta entrare in una libreria qualsiasi per vedere la vasta letteratura che c’è sull’argomento “Ottimismo”. Se lo dice la gente titolata, quelli che hanno studiato, scrivono libri, e che governano i popoli, eccheccavolo, sarà vera sta cosa dell’ottimismo, no?

Amico mio – vorrei dirgli – domami mattina ti svegli di buonora e cominci la giornata con una bella carica di ottimismo. Fai come me, sorridi. Fischietta. Mhh, difficile se hai perso tutti i denti, hai ragione. Allora canta qualcosa, dai!, “quel motivetto che mi piace tanto e fa du du du du du du du”. Alla gente queste cose piacciono. Ma anche a te, vedrai, tutto sembrerà diverso da subito. Poi, però, devi metterci del tuo. Un po’ di spirito di iniziativa. Aiutati che il ciel ti aiuta, diamine. Dovresti saperlo che i tempi del posto sicuro sono finiti. Non sto parlando del tuo angolo sotto questo portico. Credi che la gente sia così insensibile da portartelo via? Non credo. E la città, comunque, è piena di angoli tranquilli. Alle volte bisogna sapersi adattare, su. Volevo dire che economisti, sociologi, ministri ci hanno detto che il lavoro fisso è roba antica. Bisogna essere flessibili. Datti da fare, amico, inventati qualcosa. Anzi, guarda, te la do io una buona idea e non pretendo niente in cambio. Devi dotarti di un cane, un randagio, ecco cosa devi fare. Prendi esempio dai senza tetto che hanno una marcia in più: quelli col cane attirano l’attenzione. Tutti amano i cani. I cittadini rispettabili che ce l’hanno gli comprano cibo buono. Il cappottino. Le ossa di plastica per giocarci. Ne raccolgono la cacca quando non aiuterebbero e pulirebbero i loro anziani, per quello preferiscono pagare qualcun altro. Pensi che la maggior parte dei passanti ti camminerebbe davanti e senza notare un cane bisognoso, affamato e senza un riparo? Ma nemmeno per sogno. La gente di cuore, più di quanta te ne aspetti, ti lascerà una monetina. Per il cane, certo. Ma tu devi guardare alle cose in modo impersonale, meglio, imprenditoriale. Da domani per te inizia una nuova vita, amico. Ottimismo e intraprendenza, devi metterci. Non scordarlo mai“.

Ora vado e glielo dico.

Mi fermo perché l’uomo si muove, si alza, barcolla, scompare dietro una colonna. Passa qualche minuto e torna esattamente dove si trovava, la testa poggiata su un pezzo di cartone. Le gambe portate al petto. Senza chiedere niente, senza un lamento. Fa pena, tanta. E fa male sapere che a distanza di 500 metri ci sono due mondi, quello dei vivi a qualunque ora e quello dei non-vivi. Talmente vicini che basta poco per oltrepassare la linea di confine e trovarsi a precipitare dall’altra parte. Fa rabbia sapere che le regole, disumane, che separano le due realtà e ci siamo dati sono lo specchio delle nostre anime. Cambierà? Non cambierà mai. Quasi scordavo, salvo metterci ottimismo…

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