Ieri ho appreso con profonda tristezza della morte di Judy Dyble. Eravamo in contatto da quando avevo iniziato a scrivere King Crimson – Gli anni Prog. Gentile, con le risposte alle mie domande, ma soprattutto con quelle mancate, mi ha dato la certezza di essere la persona di cui aveva dato dimostrazione da quando si mise in luce alla fine degli anni ’60, e agli albori di un’epoca che per la musica giovanile non sarebbe mai stata più fertile.

Gentile e riservata. Tanto che allora scelse di privilegiare la vita privata a scapito di un successo che era a portata di mano. Le famose sliding doors o qualcosa di molto simile: Judy fu nel nucleo fondatore dei Fairport Convention destinati a diventare la formazione folk-rock britannica più importante e longeva, e gravitò così vicino alla genesi dei King Crimson da venirne quasi assorbita. Ma di entrambe le enormi opportunità non fece niente. Non per mancanza di talento, ma per liaison – con membri influenti delle due band – conclusesi male. Questioni di cuore che al terzo tentativo, questa volta con successo, la portarono a sposare Simon Stable – altro personaggio, giornalista e Dj, vicino ai King Crimson – e ritirarsi dalle scene per crescere una figlia e restare accanto al marito fino alla sua prematura scomparsa. In mezzo, nel 1970, l’abum Morning Way dei Trader Horne – lei più Jackie McAuley – passato inosservato al tempo ma rivalutato negli anni.

Judy balzò all’attenzione dei fan dei KC quando Robert Fripp nel 1976, con estremo acume e buon gusto, inserì la versione di I Talk To The Wind di Giles Giles & Fripp cantata dall’allora ragazza con gli occhiali da vamp hollywoodiana sulla compilation Young Person’s Guide To King Crimson. Una prova indimenticabile che rivaleggia con quella presente sull’album di esordio della band. Poi, come detto, il ritiro dalle scene e lunghi anni di oblio. Fino ai primi anni del nuovo millennio, quando ritrovati coraggio e voglia di fare la cantante è stata protagonista di una seconda giovinezza musicale. Quasi frenetica. Dal 2004 in poi il mercato discografico ha assorbito una ventina di titoli, tra lavori originali, antologie, apparizioni. Tra tutti va ricordato Talking With Strangers per la lunga lista di riconoscimenti da parte della critica e per la copiosa presenza di nomi altisonanti del rock progressivo/alternativo che denotano la stima della quale la Dyble godeva la: da Tim Bowness e Alistair Murphy a Robert Fripp e Simon Nicol, da Ian McDonald e Pat Mastelotto a Julianne Regan e Celia Humphris, da Jacqui McShee e Laurie A’Court a Mark Fletcher.

Trader Horne

Nello stesso arco di tempo la cantante ha ripreso l’attività dal vivo, in proprio e partecipando a numerosi show celebrativi dei Fairport Convention e perfino dei Trader Horne. Ha trovato anche modo di scrivere insieme al noto scrittore rock Dave Thompson la sua biografia intitolata An Accidental Musician. Insomma ha guadagnato come si dice il tempo perduto, con grande caparbietà e senza timori reverenziali, dimostrando che chi l’aveva sottovalutata, agli albori della sua storia musicale, aveva sbagliato di grosso.

Judy amava moltissimo i suoi cani (la femmina più vecchia morì un paio di anni fa e fu sostituita), la vita agreste, i fiori che coltivava nelle vicinanze del cottage. Postava foto di un po’ tutto questo. Siamo rimasti in contatto anche dopo la pubblicazione del mio libro. Ci siamo scambiati auguri durante le ricorrenze e altre amenità. Una volta l’ho resa felice mettendola al corrente di una dichiarazione di Robert Plant che la citava in memoria dei tempi in cui Zeppelin e Fairport solcavano gli stessi palchi.

Poi nel 2019 la notizia della malattia che aveva dimostrato di sapere affrontare con serenità e forza di carattere. La solita malattia che conta morti in numero incalcolabile tra la quasi totale indifferenza pubblica (di chi non ne viene neppure sfiorato, direttamente o per interposta persona. Quando, quando, quando?, ci risveglieremo dal torpore delle cosciente e leveremo un unico grido di ammonimento ai potenti perché convoglino i fiumi di denaro sprecato nel potenziamento degli eserciti e degli armamenti e altre aberrazioni verso la ricerca. Potremmo vivere come semidei, in pace e prosperità, rendere i deserti giardini e le città accoglienti. Ma niente, abbiamo gli occhi appannati di oscenità. Quando?, quando capiremo che i potenti della Terra siamo noi, gli umili, i diseredati, la gente comune, se solo ci unissimo in un’unica anima?).
Non molto tempo fa le avevo chiesto come stesse. Mi ha risposto “bene”.

Credevo ne fosse uscita. Non mi aspettavo il tragico epilogo.
Quando una persona così se ne va, lascia un vuoto incolmabile. Esattamente perché prima di ogni cosa – personaggio, star, protagonista – Judy aveva scelto di interpretare il ruolo più difficile e il dovere spesso peggio remunerato: quello dell’essere umano onesto; il soldato semplice di un esercito capace di spacciarti per esito del “fuoco amico”. Judy capace di risplendere sempre, anche quando dalla ribalta è scesa volontariamente, e l’occhio di bue continuava a illuminare chi fuori dalla portata degli spot è solo un’ombra.


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