Close to the Edge Book Cover Close to the Edge
Yes
Prog rock
13 9 1972
LP, CD, dowload
UK
Atlantic ‎– K 50012
38’ 42”

 

Per quanto fosse privilegiata, negli anni ’70 la condizione del musicista era quella di un lavoratore. Oggigiorno tra un disco e l’altro le rock star di prima grandezza possono fare trascorrere anche cinque anni, e più. Cinque decadi fa il mondo della produzione musicale visto dalla parte dell’artista era una sorta di catena di montaggio: registrazione, stampa del disco, tour e di nuovo daccapo; un anno dopo l’altro. Gli Yes del 1971 non sono immuni dalla dorata routine e dopo sei mesi di tour tra Europa e Stati Uniti per spargere il verbo di Fragile si dicono pronti per entrare in studio e registrare.

Il clima che si respira all’interno della band non è il più distensivo: Anderson, Bruford, Howe, Squire e Wakeman sono dotati di singoli ego tanto grandi quanto lo sono le abilità di musicisti, e questo non può che influire sul disco che sta prendendo forma. Chris Welch, famoso giornalista mandato dal Melody Maker per rendere conto di ciò che accade agli Advision Studios, riporta che la band è una pattuglia scollata; i timonieri, coloro che hanno le idee chiare sulla direzione da dare all’album, sono Jon Anderson e Steve Howe, con Eddy Offord promosso da tecnico del suono al ruolo di co-produttore, al pari della band, e Bill Bruford – insofferente per il macchinoso metodo di scrittura e registrazione – spesso in contrasto con Chris Squire per i ritardi e le lungaggini di questi (il batterista racconterà che il bassista perdeva ore e ore su una manopola del mixer per regolare il livello del suo strumento registrato). Tant’è vero che Close to the Edge è l’ultimo disco che Bruford registra con gli Yes. Almeno fino al 1989, quando si iscrive, per puro senso degli affari, al remunerativo progetto discografico ABHW (Anderson, Bruford, Howe, Wakeman).

Gli Yes in quanto a successo rappresentano la punta dell’iceberg del periodo, o giù di lì, del Prog rock britannico, dunque sono estremamente – e giustamente – ambiziosi. Per questo motivo alzano l’asticella e spalmano i poco meno di 40 minuti di durata di Close to the Edge su soli tre brani.

Close to the Edge copre l’intero lato A. La sua eco arriva da lontano, su una lenta intro di tastiere che si fanno strada tra rumore di ruscelli e cinguettio di uccelli. Una idea di Jon Anderson derivata dall’ascolto di Sonic Seasonings, doppio album con un solo brano per facciata del mago dei moog Walter Carlos, da poco pubblicato dalla Columbia records.

I 18 minuti della suite che intitola il disco e danno vita a quattro sezioni distinte ma senza pause, le cui parole sono affare di Jon Anderson e Steve Howe, rappresentano il magnum opus degli Yes sino a questo momento. Dopo l’introduzione quasi new age la materia di The Solid Time of Change e Total Mass Retain si fa magmatica, con Steve Howe un passo avanti a tutti e Squire, Wakeman e Bruford in scia, intenti a rifinire e definire, cesellare ma anche scalpellare con fare deciso. Il piglio arrembante rallenta solo all’apparire di Anderson, per placarsi nella quiete iniziale della parte III, I Get Up I Get Down, ispirata al cantante ancora dal summenzionato lavoro di Walter – oggi Wendy – Carlos. Sono quasi sei minuti di paradisiache armonie a più voci che si alternano al maestoso suono da organo a canne innescato da Wakeman; fino allo scoccare del minuto 14:00, quando organo e moog, e poi i synth, montano a generare un’ondata capace di risucchiare l’intera band che all’unisono porta il brano alla temperatura di ebollizione, in un crescendo che vaporizzerà solo all’ultimo minuto, spegnendosi tra gli stessi suoni della natura dell’introduzione.

And You & I – parole di Anderson, musica di Bruford, Howe & Squire – accantona momentaneamente l’elettricità travolgente che ha scosso per buona parte Close to the Edge per aprire in modo acustico, quasi bucolico, tra chitarre e il suono di un organo che pare sommerso. Suddiviso in quattro parti, Cord of Life prelude velocemente a un mondo di luce supportato dalle pennate folk di Steve Howe, da uno svolazzo di moog di Wakeman, da percussioni in sordina; la terza strofa con Anderson che alza la tonalità a intonare un canto che è un inno alla gioia, fino a quando nella seconda parte, Eclipse, il brano si apre in modo ‘cosmico’, come a introdurre i suoni che potrebbero essere quelli dell’inizio di una nuova era:

Emotion revealed as the ocean maid /
As a movement regained and regarded both the same /
All complete in the sight of seeds of life with you

The Preacher, the Teacher – la parte III – riprende il tema iniziale innestando vigore elettrico, fino al segmento finale di Apocalypse che chiude con incomparabile delicatezza.

All’opposto, i quasi 10 minuti di Siberian Khatru, il solo brano nel quale Wakeman è accreditato tra i compositori, nonostante siano un frenetico campionario di temi diversi che si rincorrono e intrecciano come nella migliore tradizione del Progressive d.o.c., hanno l’inerzia di un solo, solidissimo, corpo lanciato in una frenetica corsa.

La strofa è materiale di prima qualità, ma il ritornello intonato da Anderson:

Outboard, river /
Bluetail, tailfly /
Luther, in time /
Dood'ndoodit, dah, d't-d't-dah

nonostante le parole sconnesse, come altre volte perfino prive di vero significato ma scelte in quanto ‘musicalmente funzionali, è da antologia. Così come sono di prima grandezza gli inserti strumentali, la cui combinazione è da stato di grazia.

Allo spegnersi di Siberian Khatru si ha la certezza che gli Yes sono riusciti nel compito. Hanno superato quanto  di buono, di molto buono, già fatto con Fragile e sono allo zenit della loro parabola artistica. Da qui in avanti, in termini di creatività, dirigeranno verso il basso. Seppur scendendo la china lentamente.

Sulla copertina di Close to the Edge compare per la prima volta il logo che diverrà storico e sarà tradito solo in tempi recenti, quelli dove la band – il suo spirito in particolare – è andata smarrendosi. Oltre al fatto che tutto ciò che si trova scritto all’interno della confezione è stato eseguito a mano da Roger Dean, il vero colpo di genio consiste nel fare di una campitura che parte dal nero e sfocia nel verde, il ‘disegno’ di copertina. Una trovata semplicissima, scevra di qualunque difficoltà esecutiva, quasi à la Mark Rothko, il rivoluzionario e tormentato pittore astrattista lettone-americano. E di certo in controtendenza con quello che è lo standard dell’illustrazione applicata al Progressive rock del periodo, che fa a gara, copertina dopo copertina, nel superarsi in quanto a fantasia e complessità. Proprio in parallelo con quanto accade per la musica.

Close to the Edge arriva nelle mani dei fan dal 13 settembre 1972, quando la band è già in tour per promuovere l’album. E schizza subito in alto nelle classiche. In Olanda arriva al n° 1, in UK al n° 4, al n° 3 negli States dove ha ottenuto 450.000 prenotazioni, e il 30 ottobre si guadagna il primo Disco d’Oro.

Su un panorama così roseo si staglia però un’ombra. Alla ricerca di nuove sfide, e di un ambiente meno stressante e conflittuale, Bill Bruford lascia la truppa per accettare l’invito di unirsi ai King Crimson. Nonostante si dichiari disposto a portare a termine il tour, il batterista viene immediatamente rimpiazzato da Alan White che aveva lavorato con John Lennon, George Harrison, Steve Winwood e Ginger Baker, e condiviso un appartamento a Londra con Eddy Offord, colui che lo porta all’audizione con gli Yes.

Il tour di Close to the Edge, che prende il via il 30 luglio da Dallas – protraendosi per ben 95 date tra USA, Canada, Giappone e Australia – è il più estensivo mai affrontato dal gruppo. Ciò che ne segue è il triplo live Yessongs, disco imprescindibile che viene pubblicato il 4 maggio 1973 e testimonia del formidabile momento di forma della band.

 

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