Fragile Book Cover Fragile
Yes
Progressive rock
LP, CD, download, SACD
26 11 1971
UK
Atlantic
41’10”

 

Alla fine del lungo tour a supporto di The Yes Album, gli Yes sono una band affermata, di qua e di là dall’Atlantico – Your Move è entrata nella Top 50 americana come frutto dei tanti concerti di conquista nella terra dello zio Sam. Ma i cinque inglesi non hanno ancora fatto saltare il banco. Manca qualcosa, l’ultima scommessa.

Gli Yes – Jon Anderson, Chris Squire, Steve Howe, Bill Bruford, Tony Kaye – provano a vincerla giocandosi tutto. L’all-in è nei programmi un doppio album che dovrà offrire per metà nuovo materiale e per l’altra metà registrazioni dal vivo provenienti dal recente tour. L’etichetta però non è d’accordo con le ambizioni della band è si limita a spedire i cinque, nel settembre del 1971, agli Advision che sono studi di tutto rispetto, in grado di mettere a disposizione un banco a 16 piste, quello che per l’epoca, in fatto di registrazione, è decisamente all’avanguardia. Ma agli Yes non basta. Spingono per ampliare il ‘parco macchine’ interno al gruppo, soprattutto in fatto di tastiere. In fin dei conti questo è il Prog, baby: le band che comandano il gioco fanno a gara a stupire con nuove sonorità e non c’è niente, in questi anni, che stia espandendo i confini del suono come stanno facendo gli avori. Ma Tony Kaye non è della stessa opinione, vuol restare aggrappato alla sicurezza che gli danno Hammond e pianoforte proprio come Linus con la sua copertina, e così facendo si gioca il posto.

La spietatezza di Anderson e Squire – sono loro i maggiori fautori della novità – però porta buoni frutti. Anzi ottimi, perché l’innesto di Rick Wakeman, prodigioso virgulto che ha alle spalle studi classici, è il pezzo che manca per trasformare gli Yes da gruppo di successo a leggenda. Con trascorsi negli Strawbs e una solida esperienza da session man – David Bowie gli offre di unirsi al suo tour lo stesso giorno nel quale sceglie di entrare negli Yes – il tastierista porta in dote quell’abilità con la quale sa piegare alle necessità della band i più recenti ritrovati dell’elettronica legati al mondo degli strumenti a tastiera, arricchendo il suono degli Yes con quella patina di colore, di brillantezza e di ‘fantasy’, che mancava per il definitivo salto di qualità (creativa).

Anderson e Squire sono senza cuore ma hanno ragione da vendere: potevano gli Yes proseguire nel loro percorso di crescita senza l’ausilio di Mellotron, Moog e sintetizzatori? Fragile, dall’inizio alla fine, risponde alla domanda e lo fa con un fortissimo “NO!”. Roundabout che apre il disco concede il ‘discorso’ introduttivo alla chitarra acustica di Howe, al basso gutturale di Squire e alla voce angelica di Anderson, ma ben presto Wakeman si fa largo mettendo bene in chiaro che non ha rinunciato a seguire Mr. Ziggy Sturdust per sostare in seconda linea. I ‘miagolii’ dei synth, gli arpeggi e i riff all’Hammond, danno quella marcia in più che mancava all’incedere educato ma compassato di Tony Kaye. Quella glassa che contribuisce in maniera determinante a fare di Roundabout – così come di altri brani in rampa di lancio compresi sul disco – un classico della band.

Fragile ha una archiettura che contempla quattro brani di gruppo e cinque che sono appannaggio dei singoli componenti, come avevano già fatto i Pink Floyd su Ummagumma, seppur con metodo di impacchettamento diverso. Una trovata che Squire giustificherà adducendo come scusa che i soldi spesi per comprare la strumentazione di Wakeman andavano recuperati risparmiando sul tempo trascorso in studio, e di certo i brani scritti e registrati velocemente dai singoli musicisti avrebbero concorso al raggiungimento dello scopo (l’ammontare delle spese di produzione del disco raggiunse le 30.000 sterline).

A seguire Roudabout ecco dunque le prove singole di Wakeman e Anderson: Cans and Bramhs – che la dice lunga sui trascorsi dell’erudito tastierista – è l’adattamento della Sinfonia n. 4 In Mi minore Op. 98 di Johannes Bramhs: un trionfo di tastiere in salsa classica al quale Wakeman non può sottrarsi – la cover – perché ha un accordo come artista solista con la A&M che gli vieta di potere incidere materiale originale per altre etichette. Il cantante tenta invece l’esperimento vocale con We Have Heaven, un ipnotico mantra arricchito di chitarra acustica e percussioni che gira in circolo per un minuto e mezzo e si schianta di colpo sul suono di una porta che si chiude sbattendo.

Su un rumore di passi di qualcuno che si allontana di corsa e il vento che soffia iroso si apre invece South Side of The Sky, l’unico sforzo collettivo di Fragile che non diventa uno dei favoriti che la band porterà sul palco per i decenni a venire. Senza un vero motivo, in realtà, perché il brano non solo fa affidamento su una strofa – di intro e outro – melodicamente efficace come poche, ma grazie al lirico interludio di pianoforte sul quale la band cuce una bella armonia vocale a più voci che ha qualcosa dei migliori Renaissance, South Side of The Sky – la storia di una spedizione polare che finisce in tragedia – si rivela uno dei titoli più riusciti dell’album.

I nemmeno 40 secondi che sanno lontanamente di Gentle Giant e aprono il lato B, causticamente intitolati Five Percent for Nothing – cioè il compenso in royalties che va all’ex manager Roy Flinn – sono il primo tentativo di composizione nella carriera di Bill Bruford. Segue Long Distance Runaround, che nonostante la brevità e la complessiva orecchiabilità diviene dal vivo ciò che non è stato per South Side of The Sky. Merito del fatto che il brano, trovato posto come B-side sul singolo Roundabout, diventa un tormentone delle radio, soprattutto americane. Per ovviare alla sua stringatezza, la canzone accreditata a Jon Anderson, sfocia senza soluzione di continuità in The Fish (Schindleria Praematurus), il contributo di Chris Squire ai momenti personali; scheggia che a sua volta anticipa Mood for a Day, la prova solista di Steve Howe per chitarra acustica: senza ombra di dubbio il più celebre ed eseguito dal vivo dei cinque mini spot di Fragile.

Chiude l’album Heart of the Sunrise, e gli Yes non potevano calare il sipario sull’album in modo più autorevole. Il brano, che stranamente non vede tra i compositori Steve Howe, mentre Wakeman che risulta fondamentale nell’economia del suono non è accreditato per i già citati vincoli imposti dalla A&M, getta in campo tutto ciò che ha fatto grande il gruppo: complessità degli arrangiamenti, abilità strumentale, esuberanza armonica che danza pericolosamente – ma meravigliosamente – con una dose di potenza che è di casa più in altri generi (Hard rock) che nel Prog rock.

Fragile rappresenta inoltre l’inizio del vincente sodalizio con Roger Dean, l’illustratore il cui lavoro diventa, sia grazie alle immagini sia per merito del lettering, un elemento importantissimo dell’immagine complessiva della band, dentro e fuori il palco. Dean racconterà in seguito come la realizzazione della copertina fu un lavoro di complessa natura poiché comprendeva anche un elaborato opuscolo interno, ma che ciononostante egli non considerava la copertina di Fragile come tra le più suggestive della band.

L’album arriva nei negozi di dischi inglesi il 26 novembre 1971, mentre negli USA, a causa di problemi legati alla stampa della copertina, l’uscita viene posticipata al 4 gennaio 1972. Piccolo problema che non impedisce la scalata delle classifiche fino al n° 4 secondo Billboard, e il riconoscimento del primo Disco d’Oro – per la vendita di mezzo milione di copie – certificato dalla RIAA (l’Associazione dell’Industria Discografica Americana) nell’aprile del 1972.

Nel Regno Unito Fragile arriva fino al n° 7. La messe di riconoscimenti però non basterà, come si dice in gergo calcistico, a riempire la pancia degli Yes: il momento – artisticamente e commercialmente – è talmente propizio che il successivo Close To The Edge non andrebbe visto come un capitolo a parte, ma piuttosto lo scatto conclusivo della stessa, vincente, corsa verso un traguardo glorioso. Già dal febbraio 1972, dopo soli tre mesi dall’uscita del quarto album, la band comincia infatti a porre le basi di quello che non poteva costituirne migliore seguito.

 

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